A Milano venti istituti comprensivi, cioè sessanta scuole, dal 2022, hanno deciso – con i genitori dei ragazzi – di posticipare la consegna dello smartphone almeno fino ai 13 anni. A novembre del 2025, anche la Società italiana di pediatria ha confermato quella soglia. E così altre ricerche scientifiche. Si tratta – come scrive Gianni Santucci in un articolo su “Il Corriere della Sera” – di un’indicazione e una linea guida.
Due gli obiettivi: diffondere il messaggio “sì alla tecnologia, ma nei tempi giusti” e creare un ambiente favorevole alle famiglie che intendono preservare la mente dei propri figli. Così gli insegnanti non assegnano compiti in chat ed evitano attività con i cellulari.
“Aspettando lo smartphone” è uno dei 237 “Patti digitali” sottoscritti in Italia. A cui partecipa anche il Comune. Si tratta di un “patto sociale” che prende le mosse da una rete di genitori che si impegna a ritardare la consegna del cellulare e ricerca un accordo con docenti e dirigenti scolastici, che disinnesca abitudini basate su convinzioni errate: “Mio figlio deve avere competenze digitali adatte al mondo attuale” (ma – scrive Santucci – scrollare inebetiti su uno schermo schianta qualsiasi competenza), “Perché si sentono troppe brutte cose in giro, è una questione di sicurezza” (per questo non serve uno smart, basta un vecchio cellulare), “E’ necessario per la scuola”, “Ce l’hanno tutti, non voglio che mia figlia/o si senta esclusa/o”.
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Anche mia mamma 30 anni fa si mise d’accordo con altre contro la nostra richiesta di avere il motorino. Gianni Santucci ha intervistato anche Anna Garavini, fondatrice del movimento “Aspettando lo smartphone”.
“Studi e ricerche in campo medico, sociologico e legale – afferma – dicono che la scelta di consegnare uno smartphone a un preadolescente sia fortemente sbilanciata sui rischi e non abbia in pratica alcun vantaggio. Da genitori dobbiamo riappropriarci della responsabilità educativa. La consegna all’età giusta è una scelta scomoda, come tante altre”.
Una scelta che a molti appare complessa. “Tutti abbiamo paura che i nostri figli non stiano al passo con la società che cambia e che si ritrovino esclusi. Sul tema delle competenze digitali il tema ormai è chiarissimo: scrollare sullo schermo di uno smartphone non insegna niente. Per l’altra questione nascono i patti digitali”.
I “Patti digitali” hanno lo scopo di “far sì che i nostri figli non si sentano gli unici controcorrente. Le alleanze educative tra genitori sono la scelta più appropriata. E attenzione, non abbiamo inventato nulla: anche mia mamma 30 anni fa si mise d’accordo con le mamme delle mie più care amiche per far fronte comune contro la nostra richiesta di avere il motorino”.
Per molti genitori – domanda Santucci – lo smartphone ai figli è garanzia di tranquillità. “La risposta più facile – afferma Anna Garavini – è che esistono telefoni senza internet, quindi senza social e whatsapp. Col mio figlio più grande uno dei due anni di attesa lo abbiamo coperto così. Poi però a un certo punto si è rifiutato di continuare a usarlo, perché si vergognava di farsi vedere dagli amici. Mi ha detto che se lui doveva fare la fatica di essere diverso dai suoi amici, anche io dovevo fare la fatica di non sapere sempre esattamente dove fosse. Confesso che inizialmente mi ha spiazzato, poi però ho pensato che in realtà avesse ragione. Il secondo anno di attesa lo abbiamo quindi fatto senza alcun telefono. È stato un bell’esercizio di fiducia sia per me, sia per lui”.