Ha intrigato. Perché ha fatto riflettere provocando. E poi la musica, la danza, le testimonianze ispirate a storie vissute ci hanno emozionato. Ed è per questo che lo spettacolo di teatro-verità “Cosa non si può dire” ha avuto successo anche per la doppia replica sul palco del Politeama la sera del 22 aprile (la mattina del 23 per gli studenti), dopo quello della prima del novembre scorso al Municipale. Al centro il tema della paura del giudizio, e un àmbito preciso, quello della malattia che emargina, “quel tenere nascoste le cose che fanno paura, come un dolore, una malattia, un senso di inadeguatezza…”, fino all’autocensura che imprigiona come capita anche in altre situazioni di disagio, basti pensare a tutti quei giovani che si autoescludono dalle relazioni con il resto del mondo (vedi fenomeno degli hikikomori).
Come un musical – Lo spettacolo – voluto da Fondazione La Ricerca, e nello specifico, Casa Don Venturini (la struttura che alla Pellegrina ospita persone in hiv-aids) – è stato costruito attorno a sentimenti vissuti da chi si è sempre sentito ai margini (perché in un certo senso si vergognava di se stesso proprio per colpa di una malattia contagiosa e stigmatizzata come l’aids) ed è stato portato in scena da otto attori. I testi sono stati curati da due operatori La Ricerca che quotidianamente vivono in questo contesto di cura e resilienza – Gian Pazzi (che è anche scrittore) e Chiara Gavardi – per la regia di Francesca Pergoli Campanelli, coreografie di Michela Vicentini (direttrice di Progetto Danza Piacenza) e di Francesca Peveri con brani cantati dal Coro InCanto Libero diretto da Cristian Bugnola e sound-design di Giacomo Carini. Tra gli attori – Francisco, Giorgio Tosi, Roberto Antenucci, Monica Zanon, Manuela Chiappini e Clarissa Corradi (che qui ha interpretato un suo brano inedito) –anche l’amichevole partecipazione dell’attore e conduttore radiofonico Giorgio Ginex. Sound-design di Clarissa Corradi e Giacomo Carini.
Un anno di studi e di incontri – Dietro tutto questo un anno di incontri, di confronti, studi e allestimento da parte della regista Francesca e della direttrice artistica della scuola Progetto Danza Piacenza, Michela Vicentini, che da alcuni anni ha scelto di affiancare alla formazione tradizionale, dal balletto classico al contemporaneo, momenti di impegno sociale. Con La Ricerca ha contribuito alla messa in scena al Municipale di Piacenza dello spettacolo di Alessandra Costa “Be Positive…fino a qui tutto bene!”, e al Festival del Diritto ha coreografato un convegno sulla dignità della sofferenza, la ritroviamo poi al fianco di Armonia e a Casa Iris con uno spettacolo benefico.
Movimenti di danza-teatro – Per “Cosa non si può dire” si sono esibite una quarantina di sue allieve di danza contemporanea (età dai 13 fino ai 35 anni di età): “Abbiamo lavorato sull’espressività del movimento: per accompagnare le parole, rappresentare il sentire e il vivere quotidiano è ancora più efficace del balletto tradizionale”. Ben felici le allieve – “sono quelle del corso avanzato” – che alla tecnica aggiungono anche preziosi insegnamenti presi in prestito dalla danza-teatro. “Il linguaggio del corpo deve riuscire a trasmettere emozioni, per arrivare a questo ogni ballerina ha fatto un grosso lavoro di introspezione scendendo molto nel profondo”.
Educare e informare emozionando – Emozione è la parola chiave dello spettacolo. Trasmessa e vissuta dalle danzatrici. E pure da Francesca Pergoli Campanelli, passata da allieva di Michela a regista dei saggi di Progetto Danza: “Stavolta si trattava di calarsi nel vissuto, passare da qualcosa di astratto ai sentimenti delle persone. Per questo ho voluto incontrare i protagonisti delle storie che raccontiamo sul palco, cercare di capire quel che si prova, andando oltre il testo scritto. Siamo partiti dalla storia rivoluzionaria di Casa Don Venturini nata in un momento di massima emergenza, quando di aids si moriva e se ne aveva paura, poi i cambiamenti, i successi della Medicina, l’euforia dell’inizio delle cure, la riconquista della vita, la lotta contro lo stigma e l’emarginazione”. Azzeccatissima la scelta di dar voce e poi un volto (impersonato dall’attore Ginex) al pregiudizio, che entrava in scena in penombra, subdolo, serpentino. Fin dall’inizio con le ballerine che hanno aperto lo spettacolo passando dalla platea il pubblico si è sentito nella storia: “raccontare di persone, senza che sia la sieropositività a definirle – sono state le parole della responsabile di Casa Don Venturini, Francesca Sali – era uno dei nostri obiettivi. I primi feedback ricevuti dai podcast che abbiamo prodotto l’anno scorso facendo parlare ospiti, volontari, operatori, amici, ci fanno capire che ancora qualcosa possa e debba essere fatto per rompere certi tabù, combattere i pregiudizi, per mettere parola su argomenti scomodi, ma non per questo poco importanti o superati. Le cose non dette si trascinano creando uno spazio fertile per paure, incomprensioni, ignoranza. Fare silenzio rende complici, allontana dall’assumerci la propria personale responsabilità. Ci siamo sentiti in dovere di fare la nostra parte, parlare ad alta voce ed essere presenza.”.