Sono trent’anni esatti che proviamo a proteggere i minori dai contenuti e dai contatti pericolosi – o a qualche titolo sbagliati – che arrivano via Internet. E se non ci siamo mai riusciti qualcosa vorrà pur dire. Così Riccardo Luna su “Il Corriere della Sera” che ripercorrendo i vari tentativi, in tutto il mondo, di porre un freno alle derive social, comincia dal 1996 quando gli Stati Uniti approvarono la prima norma per rendere reato “la trasmissione di materiali indecenti ai minori” e “per verificare l’età dei visitatori dei siti web”. Tentativo che naufragò: la Corte Suprema sentenziò che violav il Primo Emendamento che tutela la libertà di espressione.
Luna ricorda che ogni Paese allora escogitò il suo filtro del web per contenuti pedopornografici – ma non funzionavano o filtravano anche contenuti legittimi – finché “nel 2010 arrivò una grande ricerca scientifica a dirci che dare presto un personal computer a un bambino era un bene per lo sviluppo della sua creatività e che i rischi della rete erano tutto sommato gestibili”.
Ora si cerca di porre rimedio. A muoversi per prima è stata l’Australia che il 10 dicembre scorso ha vietato l’uso dei social agli under 16 “con un sistema di verifica dell’età efficace ma molto invasivo della privacy”. Subito dopo Francia, Spagna e Regno Unito hanno avviato iter regislativi per divieti da attuare entro il 2026. L’Austria ha appena annunciato un divieto analogo da approvare prima dell’estate, mentre in Italia sono ferme due proposte di legge di iniziativa di singoli parlamentari di Pd, Lega e FdI.
Il principale ostacolo all’introduzione di un sistema in grado di verificare l’età degli utenti è che occorre evitare una schedatura di massa di chi si muove su Internet, e – commenta Luna – “senza un’età certa degli utenti tutto il dibattito sull’età giusta per iniziare ad avere i social (14? 15? o 16 anni?) perde ogni significato: basta mentire”.
Mentre “la Apple nel Regno Unito sta testando una modalità per ricostruire la maggiore età degli utenti e nei casi dubbi richiede che l’utente mostri un documento”, l’Unione Europea sta lavorando con risultati confortanti ad una soluzione che “ricalca quello che accadde con il Green Pass durante il Covid. Si tratta di un sistema che genera un token, sotto forma di Qr Code, che contiene solo l’età dell’utente senza nessun altro dato”. Resterà comunque da stabilire dove porre il limite di età: il dibattito oscilla fra i 14 e i 16 anni. Intanto “in Australia due 15enni a cui sono stati cancellati i profili social hanno protestato non senza ragione dicendo che in questo modo vengono limitati i loro diritti di informarsi e fare attività politica: sul punto si pronuncerà la Corte Suprema”.