E’ ovvio che i genitori abbiano doveri verso i figli – accudirli, proteggerli, sostenerli – ma occorre osservare anche un nuovo punto di vista cruciale, cioè i doveri che i figli hanno verso chi li ha cresciuti. Questo il fulcro del nuovo libro “Anche i figli hanno dei doveri”(Mondadori) dello psicologo e psicoterapeuta Osvaldo Poli, che Benedetta Sangirardi ha intervistato per il “Corriere della Sera”. Concetto che articola così: “La cultura contemporanea insiste moltissimo sui diritti dei più giovani: il diritto a essere ascoltati, compresi, accolti in ogni sfumatura emotiva. Ma la legge della reciprocità, quella per cui le relazioni sane si costruiscono su uno scambio, non su un flusso a senso unico, sembra essersi smarrita lungo la strada”.
La chiave è la parola “reciprocità”. “Una parola che andrebbe richiamata dall’esilio. Le relazioni buone non vivono solo di diritti da una parte e di doveri dall’altra. Anche i figli desiderano una famiglia serena e felice, ma questa serenità non può essere costruita soltanto sulla fatica dei genitori. Una famiglia non può diventare un centro servizi affettivo, con cucina, lavanderia, trasporto, consulenza psicologica e pronto soccorso emotivo sempre aperti. La vita familiare richiede che anche i figli si assumano, proporzionalmente all’età e al loro carattere, la responsabilità di ‘far andare bene le cose’. Dire che i figli hanno dei doveri non significa amarli meno. Significa ricordare che anche loro sono chiamati a rendere più bella, o almeno meno faticosa, la vita insieme”.
Premessa è conoscere anzitutto il carattere e la personalità dei figli. “Bisogna guardarli come sono davvero, non come li raccontiamo alla cena con gli amici. Senza paura di trovarli imperfetti”. “Il carattere – prosegue Poli – si capisce osservando le ricorrenze, non il singolo episodio. Come reagisce alla fatica? Sa perdere? Sa chiedere scusa? Accetta una correzione o vuole sempre avere ragione? Tende a fare la vittima anche quando non sarebbe il caso? È capace di vedere il bisogno degli altri o, a tavola, il boccone più buono è sempre il suo?”.
Perché siamo arrivati ad assolvere sempre i figli? chiede Sangirardi. “Perché il disagio è diventato la chiave universale che pretende di aprire tutte le porte. Oggi, se un figlio è aggressivo, maleducato, prepotente, manipolatorio, svogliato, si cerca subito la ferita nascosta: avrà un disagio, un bisogno non riconosciuto, una sofferenza da accogliere. Qualche volta è vero. Il problema nasce quando questa lettura diventa automatica. Abbiamo paura di dire che un comportamento è sbagliato. Temiamo di sembrare moralisti, punitivi, poco empatici. Così non diciamo più che un figlio è prepotente: diciamo che ‘esprime un malessere’. Non diciamo che evita la fatica: diciamo che ‘non è motivato’. Non diciamo che manipola: diciamo che ‘cerca attenzione’. La verità è che non tutto ciò che non va nasce dal dolore. A volte nasce dall’egoismo, dalla pretesa, dalla superbia, dal rifiuto del limite. Il disagio va riconosciuto quando c’è. Ma non può diventare un lasciapassare morale. Non tutto ciò che nasce dal dolore diventa innocente. Educare significa distinguere: una ferita va curata, un difetto va corretto, una prepotenza va fermata”.
Altra domanda nasce dalla convinzione diffusa che ogni comportamento di un figlio sia il risultato delle scelte educative dei genitori.Risposta: “L’educazione conta moltissimo. Nessuno può negarlo. Ma non determina tutto. I figli non sono il nostro prodotto, né la nostra pagella. Il determinismo educativo funziona così: se il figlio va bene, il genitore si sente bravo; se il figlio va male, il genitore si sente sbagliato. È una visione che cancella il temperamento, il carattere, la libertà del figlio, la sua maggiore o minore disponibilità ad accogliere ciò che gli viene insegnato. Chi ha più figli lo sa bene: stessa casa, stessi genitori, stessa cucina, e a volte esiti completamente diversi. Nontutti i figli rispondono allo stesso modo all’amore ricevuto. Questo errore pesa soprattutto sulle madri. Se qualcosa non va, molte aprono subito un processo interiore: ho lavorato troppo, ho capito poco, ho insistito troppo, non ho insistito abbastanza, non ho colto il suo disagio».
Il senso di colpa attribuisce ogni inciampo del figlio alle proprie imperfezioni ma “un genitore deve poter riconoscere i propri errori senza diventare la causa universale di tutto ciò che non funziona nel figlio perché il figlio migliora quando riconosce la propria responsabilità e accetta la fatica di cambiare”.
In sostanza i figli “dobbiamo accoglierli per come sono e, proprio per questo, aiutarli a non avere paura della fatica necessaria per diventare persone migliori, il problema è negare l’imperfezione o attribuirla sempre e necessariamente a qualche ‘mancanza d’amore’ da parte dei genitori”.
E l’intervista arriva ai doveri dei figliche non sono “imposizioni arbitrarie, ma condizioni oggettive necessarie per vivere rapporti giusti e amorevoli”. “Il primo – elenca Poli – è rendersi amabili”. Che non significa diventare sempre accondiscendenti bensì lavorare sui propri difetti per non rendere troppo faticosa la convivenza. Il secondoè amare i genitori. “Sembra una frase ovvia, ma oggi non lo è più. I genitori non devono solo amare: sono anche persone da amare. Amare un genitore significa tenere conto della sua fatica, della sua dignità, dei suoi limiti, del suo bisogno di non essere trattato come un distributore automatico di prestazioni”.
Il terzo dovere dei figli, dimenticato ormai, è la gratitudine, cioè “lacapacità di riconoscere il bene ricevuto, di vedere che dietro molte cose apparentemente normali c’è qualcuno che ha dato tempo, energie, attenzione, rinunce. Senza gratitudine, tutto diventa dovuto e nulla è più dono”.
Scendendo sul piano pratico: collaborare in casa, rispettare le regole, non scaricare sugli altri la propria parte di fatica. E ancora più importanti “i doveri relazionali”. Vale a dire “non manipolare, non ricattare affettivamente, non usare il senso di colpa come un telecomando per dirigere i genitori”. “Infine – sottolinea – si può esigere che abbia l’intelligenza e la capacità di accettare l’imperfezione dei genitori. Un figlio può contrastare i loro possibili errori educativi, può criticarli, può anche soffrirne, sottrarsi a essi. Ma deve giudicarli con equilibrio e giustizia, tenendo insieme le luci e le ombre. Nessun genitore dovrebbe essere assolto sempre; ma nessun genitore dovrebbe essere condannato a vita”.
L’affetto è importantissimo, ma non basta. “Bisogna chiedersi anche: stiamo rispettando la verità? stiamo rispettando la giustizia?” “Amare un figlio – specifica – significa cercare il suo bene educativo reale, non il suo gradimento immediato. La famiglia è la prima palestra del carattere: il luogo in cui un figlio impara, attraverso la fatica della reciprocità, a vivere relazioni equilibrate, sane, conformi all’amore. L’amore senza verità diventa complicità, copre ciò che va corretto. L’amore senza giustizia diventa debolezza”.