“Arrivano in studio con felpe a maniche lunghe anche a giugno. E quando chiedo di scoprirsi, esitano”. Un tentennamento che a Simone Piovesan, dermatologo con oltre vent’anni di esperienza che lavora tra strutture sanitarie e case di cura private convenzionate, sempre più spesso rivela qualcosa di più profondo e cioè, come spiega, atti di autolesionismo: tagli sottili, ustioni circolari, segni geometrici difficili da spiegare. Oppure chiazze di capelli mancanti, attribuite a stress, dermatiti, cause accidentali. Ed ai genitori convinti che si tratti di un’allergia o di un’irritazione bisogna dire che la diagnosi è un’altra.
Il medico ne parla con Federica Gabrieli che l’ha intervistato per il “Corriere della Sera”. Secondo stime internazionali l’autolesionismo negli adolescenti soprattutto dopo il Covid è passato da circa il 13% fino a sfiorare il 20%. In termini clinici è “un comportamento intenzionale di provocarsi dolore fisico per ottenere un sollievo emotivo temporaneo. Subentra, poi, un senso di colpa fortissimo. E quest’ultimo aumenta il disagio, alimentando nuovi episodi”.
Il dottor Piovesan lo spiega come “un’autocritica, quando il ragazzo non accetta il proprio corpo. Ricerca di attenzione, spesso in contesti familiari complessi. E autopunizione”. Nell’intervista ricorda “un ragazzo di 15 anni con lesioni perfettamente simmetriche sulle gambe: si ustionava con un accendino. E anche una ragazza accompagnata dalla madre per presunti cheloidi da acne. In realtà si procurava tagli alle clavicole con fogli di carta. Lesioni troppo geometriche per essere casuali”. Fino al caso estremo di “una ragazza di 17 anni con un vero kit: bisturi, accendini, catenelle metalliche, strumenti da taglio. La madre era presente e già a conoscenza del problema”.
Ma spesso i genitori non se ne accorgono ed altriminimizzano pensando sia una fase adolescenziale. Ma ci sono segnali d’allarme come “ferite frequenti, spiegazioni incoerenti, lesioni incompatibili con sport o attività quotidiane, cambiamenti nel modo di vestirsi”, segnali che riguardano ragazzi “non necessariamente fragili o problematici in apparenza. Spesso sono curati, bravi a scuola, inseriti in contesti familiari stabili”.
E così il dermatologo diventa il primo ad intercettare questo disagio psicologico chiamato a “capire quando compaiono le lesioni, come evolvono, se sono simmetriche, se il racconto è coerente”. Spesso sono proprio le incongruenze a far emergere il sospetto.