“Negli ultimi 15 anni i preadolescenti sono stati completamente risucchiati nel mondo digitale. In una fase della vita dove il confronto con la realtà è fondamentale per la costruzione del sé”. Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva e docente alla Statale, che da anni si batte contro l’uso incontrollato dei dispositivi tecnologici fra i più giovani, ha parlato con Giovanni Cortesi del “Corriere della Sera” di questo problema che sta assumendo dimensioni e risvolti sempre più ampi e preoccupanti.
Il primo segnale da cogliere èquello dell’insuccesso scolastico poiché “l’uso eccessivo del digitale ha un impatto negativo sulle capacità cognitive” come ha dimostrato un recente studio della Bicocca. “Nei casi più gravi, l’allarme è un altro: lo spostamento dal mondo reale a quello virtuale, la perdita di ogni interesse, motivazione o desiderio. Una dipendenza vera e propria”.
Un fenomeno che è esploso negli ultimi tempi. “Fino a dieci anni fa i genitori dei preadolescenti erano molto attenti a dosare le infinite richieste di uscire, vedere gli amici, prepararsi all’uso del motorino, fare tardi la sera. Oggi il conflitto familiare è sui tempi e le modalità d’utilizzo del mondo digitale”.
Conflitto che può assumere i contorni dello scontro. “A volte l’intervento dei genitori per interrompere l’uso degli schermi crea situazioni drammatiche. Ci sono ragazzi che, dopo ore di cellulare o di videogame, davanti alla spina staccata o al telefono requisito hanno reazioni emotive violentissime: figli che picchiano i genitori o minacciano di compiere gesti inconsulti. E bisogna chiamare l’ambulanza. Cose mai viste”.
Sono reazioni paragonabili alle crisi d’astinenza. Non a caso: “I circuiti neurobiologici che vengono agganciati e stimolati dallo stare online sono gli stessi di qualsiasi altra forma di dipendenza, anche quella da sostanze”.
Ancora una volta i genitori hanno un ruolo centrale e delicato. “Di certo non si devono limitare a togliere il dispositivo dalle mani dei ragazzi. Devono anche farsi ponti fra il mondo digitale e quello reale, proponendo ai figli altre attività coinvolgenti: dal gioco da tavolo al giro in bicicletta nella natura. Ma non vanno lasciati in uno spazio vuoto: non sono ancora pronti a gestirlo, essendo così abituati all’iperstimolazione”.
Si parla anche di possibili danni cerebrali derivanti dall’abuso di mezzi tecnologici.“Gli effetti a lungo termine li vedremo nei prossimi 15 anni. Ma le aree che non vengono stimolate perdono gradualmente le loro funzioni: se un bambino in età prescolare non tocca mai un libro e gioca una media di due ore ai videogame, farà molta più fatica a leggere e scrivere a causa di danni microstrutturali della materia bianca. Ma fortunatamente sono anni di forte plasticità del cervello: non è mai troppo tardi per un’inversione di rotta e un miglioramento”.
Le normative possono giocare un ruolo fondamentale. “Verso la fine del 2024 a Milano sono stati redatti i Patti educativi digitali che hanno coinvolto ragazzi, famiglie, insegnanti ed esperti nella definizione di otto raccomandazioni. Lì si ribadisce la norma del Gdpr che vieta l’utilizzo autonomo dei social prima dei 14 anni e l’obbligo Agcom di applicare filtri per i minori di 18 anni”.
Alberto Pellai apre comunque prospettive incoraggianti. “Il ritorno alla realtà è fondamentale: è con le esperienze concrete dell’amicizia, dell’inimicizia, del primo amore che si cresce. Sono anni di allenamento alla vita che verrà”.