“Ha tredici anni e frequenta la seconda media. È sempre stato un bambino tranquillo, curioso, un po’ timido. Alle elementari andava volentieri a scuola, giocava a basket, invitava gli amici a casa. Con l’ingresso alle medie qualcosa cambia, ma all’inizio i genitori pensano che sia normale: nuovi compagni, nuovi insegnanti, più compiti, più autonomia. Anche il telefono, ormai, sembra inevitabile. Lo smartphone arriva alla fine della prima media. Doveva servire per restare in contatto con i genitori, controllare i compiti, scrivere nel gruppo classe. In poco tempo, però, diventa molto altro: video, chat, giochi, notifiche, gruppi in cui circola di tutto”.
Così inizia la storia che Stefano Vicari – direttore della Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma; professore di Neuropsichiatria Infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore; il suo ultimo libro è “Diversamente intelligenti” (Feltrinelli) – racconta sul “Corriere della Sera” e di cui pubblichiamo stralci. Storia che prende le mosse da un video pornografico visto quasi per caso, dall’eccitazione e dallo spavento per la reazione dei genitori se lo scoprissero. Ma la curiosità prevale e la sera un video ne chiama un altro. “Se prova a smettere, sente un’inquietudine difficile da sopportare”.
“La mattina – prosegue la storia – è stanco. A scuola fatica a concentrarsi, si distrae, dimentica i libri, non segue le spiegazioni. I voti peggiorano. Gli insegnanti lo descrivono come assente, spento, a volte irritabile. Quando i genitori gli chiedono perché sia così nervoso, risponde male. Quando gli chiedono perché non dorma, dice che non ha sonno. Quando provano a togliergli il telefono, esplode. Urla, piange, promette che non lo farà più. Poi, appena può, ricomincia”.
Finché non riesce più ad andare a scuola, “si sveglia tardi, prende il telefono, apre un video, poi un altro, poi un altro ancora”. “Più il tempo passa, più uscire – racconta Vicari – diventa difficile. A un certo punto non è più soltanto attratto dal video. È intrappolato. Vorrebbe interrompersi, ma spegnere tutto gli provoca agitazione, irritazione, quasi panico. Quando finalmente posa il telefono, la mattina è ormai saltata. Allora arrivano la vergogna, la rabbia contro sé stesso, la paura di dover spiegare”.
Racconta di indisposizioni, i genitori pensano che abbia paura delle interrogazioni o a problemi con i compagni. “È che non riesce a staccarsi. La pornografia online ha occupato il momento più fragile della giornata, quello in cui dovrebbe passare dal sonno al mondo, dalla camera alla classe, dal segreto alla relazione con gli altri”. Poi la mamma capisce, lo porta dallo specialista e, quando rimane solo con lui, inizia a raccontare.
“Il lavoro clinico – spiega Vicari – parte da qui. Non dalla colpa, non dalla vergogna, non dalla punizione. Parte dal riconoscere che un ragazzo di tredici anni non ha ancora strumenti sufficienti per gestire da solo un accesso illimitato a contenuti sessuali espliciti, costruiti per catturare attenzione e produrre ripetizione. Bisogna valutare il sonno, l’umore, l’ansia, il funzionamento scolastico, l’isolamento, l’eventuale presenza di pensieri depressivi o autolesivi. Bisogna capire quando guarda quei video, quanto spesso, con quali emozioni prima e dopo, che cosa succede quando prova a smettere. Con i genitori si lavora su un punto difficile:proteggere senza umiliare. Servono regole chiare. Telefono fuori dalla camera durante la notte. Filtri e controlli adeguati all’età. Orari definiti. Nessun accesso solitario e illimitato. Ma serve anche una parola adulta sulla sessualità. Se gli adulti parlano solo quando scoprono il problema, e solo con rabbia, il ragazzo imparerà che il sesso è qualcosa di cui vergognarsi e da nascondere.
La scuola viene coinvolta con discrezione.Il ritorno in classe diventa parte della cura, ci sono ricadute, ma lentamente “impara a chiedere aiuto prima che la notte o la mattina diventino di nuovo uno schermo acceso nel buio”. “Un giorno, dopo essere riuscito a tornare a scuola per una settimana intera, dice al padre: non voglio più stare da solo con quella cosa”.
L’accesso precoce alla pornografia online da parte dei minori è un fenomeno sempre più diffuso e ancora troppo poco discusso, i dati dicono che entra nella vita degli adolescenti prima che abbiano strumenti emotivi, cognitivi e relazionali sufficienti per comprenderla con il “rischio che diventi una falsa educazione sessuale” insegnando “prestazione invece che relazione, consumo invece che rispetto, eccitazione immediata invece che gradualità, consenso e reciprocità”. “Un bambino di seconda media – sottolinea Vicari – non dovrebbe essere lasciato solo davanti a contenuti pensati per adulti. Non basta dire che ‘prima o poi li vedono tutti’. Proprio perché il fenomeno è diffuso, la responsabilità degli adulti aumenta. Famiglia, scuola e istituzioni devono educare prima che il mercato digitale educhi al posto loro”.