Non siamo qui per vendere un detersivo. Il discorso della preside alle famiglie in occasione dell’Open Day (giornata che le scuole dedicano all’illustrazione delle attività didattiche in vista delle nuove iscrizioni) ha fatto scalpore. Per la nitida schiettezza. Ha detto in sostanza: se i ragazzi vengono per imparare sono ben accetti, altrimenti vadano da un’altra parte.
Tina Gesmundo, 64 anni, preside del liceo Salvemini di Bari, ha messo a fuoco le distorsioni del rapporto genitori-figli, che spesso si riversano sugli insegnanti con conseguenze anche pesanti per questi ultimi. Le cronache registrano un aumento degli atti di violenza verbali e, purtroppo, fisici. “Non dovete – ha detto la prof. Gesmundo rivolta a quattrocento genitori – sovrapporre i vostri desideri a quelli dei figli, incoraggiandoli a inseguire soltanto soldi e successo”.
Intervistata da Elvira Serra per “Il Corriere della Sera”, afferma che il discorso non era preparato, ma le è venuto di getto perché “irritata dal comportamento di tanti genitori, che giravano per la scuola come se dovessero comprare qualcosa”.
Ha parlato di ragazzi iperprotetti, fa notare l’intervistatrice. “In classe – dice – ci troviamo anche con 7-8-9 studenti con diagnosi certificate che vanno dall’ansia alla disgrafia. C’è un iper protezionismo che non li aiuta a crescere, perché alcuni problemi si risolvono da soli, quando si raggiunge una maggiore consapevolezza di sé”. Commenta che tanti ex alunni le hanno manifestato sostegno e apprezzamento, mentre solo pochissimi colleghi si sono fatti sentire. Si definisce di sinistra (“Ma non radical chic”), “scomoda” e per questo inadatta alla politica ed appassaionata dell’insegnamento mentre come dirigente attraversò un momento di crisi quando sospese un ragazzo “in seguito a un’occupazione notturna di una minoranza, che aveva smentito il processo democratico interno alla scuola”. “Io – spiega – non credo nell’occupazione, peraltro in un liceo di periferia pericolosissima. Fui bersagliata dai media, ma ne sono uscita più forte”.
Nella sua scuola le sospensioni prevedono l’obbligo di frequenza e quello di lavoretti a scuola come “mettere in ordine i tappeti della palestra, spolverare i libri, pulire gli scaffali, aiutare gli altri” per “far che fanno parte di una comunità e ad avere cura degli altri”. La maggior parte delle famiglie non si lamentano, alcune però hanno mandato i figli un’altra scuola “senza nemmeno salutare, questo è un segnale doloroso per me”.
E’ ormai prossima alla pensione, una volta lasciata la scuola si darà al volontariato con Libera e contro la violenza alle donne, oltre a promuovere corsi di greco antico e teatro per i ragazzi. “Lo faccio da più di 20 anni, credo che sia terapeutico”.