Giovani che non escono di casa mai, giorno e notte sono uguali. Non vanno a scuola e non lavorano e anche i rapporti con i famigliari sono ridotti all’osso e sempre molto conflittuali. E’ il fenomeno identificato con il termine giapponese hikikomori, che indica il ritiro sociale, in cui rientra un’altra storia raccontata da Giovanna Maria Fagnani su “Il Corriere della Sera”. E’ quella di un quindicenne lombardo, secondo di due fratelli, che dallo scorso anno vive in camera sua senza mai uscire, attaccato a computer e cellulare.
Il ritiro del ragazzo è cominciato in prima superiore. Il papà dice che alle elementari era socievole, mentre alle scuole medie “non aveva trovato un ambiente accogliente”. Senza amicizie, forse prese in giro o bullismo, anche se riferiva nulla e negava problemi. “Temeva che io andassi a parlare coi loro genitori”. Così poco alla volta i rapporti esterni scompaiono mentre comincia a appassionarsi ai videogame e a stare alzato per giocare fino a tardi la notte. Al mattino si addormentava in classe, richiamato dai genitori smetteva ma poi ricadeva nella spirale. Il passaggio alle scuole superiori sembra avere aperto un confortante spiraglio: gioca di meno, il profitto è buono, la prima pagella senza insufficienze. Ma ecco che proprio quella fase di tranquillità si trasforma in un tempo vuoto, che riempie di nuovo con i videogiochi.
L’articolo riferisce che in Italia esistono solo due studi sul fenomeno, uno del Cnr e uno dell’Istituto superiore della Sanità sulle scuole medie e superiori, secondo cui sono circa 50-60 mila i casi di ragazzi che fra gli 11 e i 19 anni vanno a scuola ma poi restano sempre chiusi in casa, estate inclusa. Ma l’associazione Hikikomori Italia stima che siano tra i 100 e i 200 mila quelli di età superiore ai 20 anni. E l’impatto sociale è su mezzo milione di persone, le famiglie stanno peggio dei figli stessi, vivono un inferno che le porta verso separazioni, depressione, violenza domestica.