“Non è vero che la ‘mamma è sempre la mamma’ se abusa contro di te. Come nel mio caso. Da piccola quella era la frase che mi sentivo ripetere più spesso dagli adulti, che non ascoltavano quello che avevo da dire e volevano che sopportassi i soprusi di mia madre, dipendente dall’alcol. Nessuno si rendeva conto di cosa significava crescere con lei.Una donna che ti picchia e fa i dispetti quando beve. Che, sobria o no, ti insulta con parolacce, ti disprezza e rinfaccia ogni cosa, perfino il pranzo che ti cucina, perché come figlia ti trasforma nella proiezione delle sue emozioni”.
“Il Corriere della Sera” racconta la storia, a firma Chiara Daina , di una giovane – 23 anni – che solo ora sta imparando “come uscirne viva” dopo che “la rabbia per mio padre che mi ha lasciato da sola con lei, gli attacchi di ansia, il cuore in gola al risveglio tutte le mattine e il pensiero di farla finita non mi facevano più vivere”.
Nel 2019 ha iniziato un percorso di psicoterapia con il gruppo di sostegno “Mai più invisibili”, dell’azienda sanitaria Ovest milanese con lo scopo di aiutare i figli di genitori con dipendenza da alcol, droga o gioco d’azzardo. Gli incontri, gratuiti, durano un’ora e trenta e si tengono una volta ogni 15 giorni. Sono aperti ai ragazzi dai 16 ai 30 anni circa. Attualmente ci sono 13 partecipanti ma in questi anni ne sono ruotati più di 50.
Grazie al gruppo, non si sente più sbagliata. “Qui finalmente ho trovato delle persone che hanno voglia di ascoltarmi e che non sminuiscono il mio dolore. L’ascolto mi è sempre mancato in famiglia, anche da parte di mio padre, troppo impegnato a star dietro a mia madre”. I pomeriggi dopo la scuola passati a controllare che la madre non bevesse, a cercare le bottiglie, l’ansia che non l’abbandonava nemmeno a scuola, le scale salite con il cuore in gola terrorizzata dallo stato in cui l’avrebbe ritrovata. In quarta superiore arriva la bocciatura. “Avevo confessato alla psicologa della scuola il problema di mia madre, la preside mi convocò per dirmi che quando non riuscivo a fare i compiti per colpa sua dovevo dirlo e gli insegnanti non mi avrebbero messo l’insufficienza. Ma mi vergognavo e ho lasciato perdere”.
Le chiamate ai carabinieri quando si sentiva in pericolo e quelle ai soccorsi che però la madre rifiutava. Il rancore che e veniva sbattuto in faccia con continue parole di discredito, l’isolamento. “Mia madre ha tirato fuori il lato peggiore di me”. Per mettersi da parte i soldi per uscire di casa si è messa a lavorare di notte come scaffalinista, rinunciando ai progetti per il suo futuro e l’accademia delle belle parti che le sarebbe piaciuto frequentare.
Gli esperti di “Mai più invisibili” osservano che tra i disturbi riscontrati nei giovani con genitori problematici vi sono difficoltà a controllare le emozioni, soprattutto la rabbia, insonnia, attacchi di ansia e di panico, depressione, disturbi psicosomatici, come tachicardia, mal di testa e mal di pancia, forte stress in relazione a situazioni che inconsciamente ricordano i traumi infantili. “Provano anche un forte senso di vergogna per il giudizio che gli altri possono avere verso la madre o il padre, temono di essere additati e si sentono in colpa perché sono convinti di essere la causa del malessere del genitore: ‘beve perché sono nato nel momento sbagliato’ oppure ‘forse gli ho rovinato la vita, non sono il figlio che avrebbe voluto’”.
L’altro obiettivo è far capire ai figli che la dipendenza del genitore è una malattia vera e propria, che loro sono impotenti di fronte a essa, che non possono quindi curarla e che richiede l’assistenza di personale esperto. Questa consapevolezza li porterà ad abbandonare le strategie di controllo verso il genitore, come inseguirlo dal posto di lavoro al bar, e l’ansia di tenere tutto in equilibrio in famiglia. Alleggeriti dal sovraccarico emotivo legato alla gestione della patologia, potranno indirizzare le energie verso i loro obiettivi, dedicando tempo allo studio, alla carriera e alle nuove relazioni.