“La droga è una trappola a tempo pieno. Passi la giornata a procurarti i soldi, cercare la roba, aspettare chi te la deve portare, comprarla. Ti fai e cominci a pensare alla prossima. Più che cercare lo sballo, a un certo punto cerchi di non stare male, devi restare lucido”. Un’analisi tanto cruda quanto sconfortante perché giunge da una donna di 50 anni che ha cominciato a provare l’eroina a 14 e che però afferma: “L’unica cosa che mi farà smettere sarà la morte. Sono stata anche mesi in ospedale: esco e vado a rifarmi”.
Un lungo arco di vita contrassegnato da segni pesantissimi (“Quarant’anni di sostanze mi hanno portato all’invalidità al 99 per cento, con disturbi che farebbe schifo anche a me elencare”) e da una dichiarazione di resa: “So che cosa mi sto facendo. Ma non riesco a smettere. E allora continuo”. Elisabetta Andreis e Gianni Santucci l’hanno intervistata per il “Corriere della Sera”. Prima domanda: ricorda la prima volta? “Tutto. Ero a Quarto Oggiaro. Volevo bucarmi e ho avvicinato un ragazzo che vedevo in giro. Gli ho chiesto se mi aiutava. Siamo andati al Fleming, ho comprato l’eroina e lui mi ha fatto il primo buco”.
Quel ragazzo poi è morto, lei, quattordicenne, andava a scuola. Per “farsi” cominciò a rubare in casa finché i genitori la scoprirono e andò in comunità. Inutilmente. Quindi una rapina a mano armata, il carcere, la morte del padre, il matrimonio con un ex tossicodipendente. Una costante: la droga. “Ho iniziato con l’eroina, che uso anche oggi. E anche ketamina, sintetiche. Ho vuoti di memoria. Però tutto per me è cominciato con il buco, non sono stata graduale. Quello è un amo terribile: ti fa sentire in paradiso e non ti accorgi che ti ha già preso. Tutto il resto diventa niente, non esiste più amore per nessuno. L’eroina va sopra a tutto”.
Il tragicamente noto bosco di Rogoredo da rifugio è diventato casa. “Da fuori non si comprende. Dentro c’è di tutto. C’è chi studia, chi lavora, chi ha una casa e chi dorme fuori. Quello appena arrivato e quello che si droga da trent’anni”
Un mondo a partein cui trovano posto forme di singolare solidarietà (“Se qualcuno sta male c’è gente che se ne accorge, che interviene. Ci aiutiamo. Dividiamo il cibo, i vestiti, a volte anche la roba”), prepotenze e inganni (“Puoi aiutare qualcuno che cinque minuti dopo ti frega qualcosa”). Un mondo per cui dall’esterno si alzano richieste di cancellazione. “Per voi è il problema. Per noi tante volte è la soluzione”.
Una soluzione che distrugge le persone, obiettano gli intervistatori. “Certo lo so. È una soluzione mortifera, ma immediata: lì trovi droga con le monete, la senti come casa, un posto dove stare, protezione, forse qualcuno che non ti giudica. Se togli il bosco senza togliere il bisogno che ti porta lì, dove vai?”