“Agli adolescenti non viene data un’educazione sessuale né a scuola né in famiglia. Ricevono invece informazioni in abbondanza dalla pornografia. Ma è pericoloso”. Affermazioni che si basano sui dati dell’ultima ricerca Hbsc secondo cui il 30% dei quindicenni lombardi non usa il profilattico, percentuale che sale al 37% tra i diciasettenni, e che sono lo spunto per l’allarme lanciato daAndrea Gori, direttore dell’Unità di malattie infettive all’ospedale Sacco, intervistato da Sara Bettoni per “Il Corriere della Sera”.
Gori dice che “la conoscenza delle malattie sessualmente trasmissibili è bassissima”, che “in famiglia si fa fatica a parlare di sessualità e a scuola non vengono date informazioni” e che i ragazzi attingono il poco che sanno dalla pornografia che però “veicola messaggi distorti”. Ne conseguono comportamenti “più legati al piacere e all’atto sessuale rispetto alla relazione”, con la “tendenza a una maggiore promiscuità” che, legata alla disinformazione, rappresenta “la combinazione peggiore per le malattie sessualmente trasmissibili”.
Nell’intervista, Andrea Gori sostiene che anche di fronte all’Hiv i giovani tendono a banalizzare. E la giudicano un’infezione “del passato” che si può curare senza considerare “la fatica di passare tutta la vita in terapia, di doversi sottoporre a continui esami, visite di controllo, accertamenti”. L’Hiv circola ancora tra noi – 97 nuove infezioni nel 2022 in Lombardia e 6.640 pazienti affetti da Aids – ma l’ignoranza fa sì che nel 75% dei casi venga scoperta in ritardo e, poiché dal contagio alla comparsa dei sintomi possono passare anche 10 anni, “in quel lasso di tempo il virus si diffonde”.
La malattia negli anni ’90 falcidiava persone e “sembrava impossibile uscirne”, ora che “la ricerca ha fatto tanti passi avanti” coloro che ne sono affetti “possono vivere in comunità senza paura di trasmettere il virus se seguono correttamente la terapia, diventare genitori”. “Riusciamo a contenere l’infezione, purtroppo non a guarirla” continua Gori, sottolineando che perciò “dobbiamo informare e ancor prima educare”, coinvolgendo le scuole e ampliando i test come in Gran Bretagna “dove le diagnosi tardive sono solo il 5%”.