Tutto iniziò proprio all’interno del parco Lambro, epicentro dell’epidemia di eroina negli anni Ottanta: era una terra d’orrore, cadaveri che affioravano, genitori che vagavano in cerca dei figli i quali agonizzavano fra i cespugli, e c’era un prete che dotato di fede e parimenti di un’accesa follia camminava rischiando di prendersi delle coltellate. Quel prete era don Antonio Mazzi, oggi 95 anni, fondatore della Comunità Exodus, un circuito di comunità basate su percorsi terapeutici per i tossicodipendenti.
Ne scrive, intervistandolo, Andrea Galli su “Il Corriere della Sera”. “Sull’emergenza della droga, all’epoca, anche se in una fase iniziale, l’ho sempre ammesso, mi prese un attimo di scoraggiamento”. Una reazione comune di molti sacerdoti che in quegli anni presero con decisione le redini della situazione – drammatica – scuotendo la gente e le istituzioni, come don Giorgio Bosini, il fondatore de “La Ricerca”, la cui esperienza viene raccontata in un recente libro dal titolo “Lo sguardo oltre” che ne ripercorre storia e pensiero. Perché rimangano una traccia da seguire per coloro che ne proseguono il cammino. Una traccia umana, spirituale, ma anche che insegna sul piano pratico le cose da fare.
Inizialmente don Mazzi voleva mollare, tornare a casa, ma rimase. “Rimasi e girai l’Europa per vedere, capire, confrontarmi. Quando rientrai a Milano, nel 1985, per l’esattezza quarant’anni fa, mi misi in testa di avviare un cammino di liberazione, di creare una carovana, un movimento itinerante che chiamai Exodus, giustappunto ‘liberazione’. Ebbene la nostra carovana, che è partita dal Madagascar e a settembre concluderà il viaggio qui a Milano dopo cinquemila chilometri organizzando lungo la strada dibattiti e incontri, regalando le testimonianze come quelle dei ragazzi presenti, spesso con alle spalle storie dolorose, di violenze, di carcere, domani sarà a Roma, col Pontefice, insieme alle altre realtà che combattono le dipendenze, le altre comunità terapeutiche”.
Cosa si aspetta?, chiede Andrea Galli. “Spero che l’avvenimento non venga sintetizzato con due articoletti sui giornali più sensibili all’argomento, un dibattito pubblico con tre oppure quattro autorità sul palco a lanciare proclami, la diffusione di una ricerca aggiungendo cinque numeri rispetto a un’analoga ricerca che era stata comunicata l’anno scorso e inserendo nomi di nuove droghe… In generale gradirei non ascoltare belle e inutili parole di pura retorica e decontestualizzate. In tal caso, s’intende, meglio un silenzio netto”.
Don Mazzi solleva un problema che non riguarda solo la comunità che dirige, ma che purtroppo è diffuso, molto diffuso. Lo fa con la sincerità e la franchezza che gli sono proprie. “Ma lei lo sa che io, nelle mie comunità, ho dei posti liberi che non riesco a occupare? Non ci riesco non perché, purtroppo, manchino i ragazzi che hanno bisogno di quegli spazi, macché, di ragazzi ce ne sono sempre, una volta c’erano soltanto l’eroina e la cocaina mentre adesso c’è di tutto, è un vortice di sostanze, di pericoli… I miei posti rimangono liberi perché qua si inventano ogni giorno una nuova regola, i governanti, di volta in volta, riescono nell’impresa di appesantire una burocrazia già pesantissima di suo, e allora creano regole, regole, regole che valgono più delle persone, ma che non fanno altro che restringere le porte delle comunità terapeutiche quando invece noi dobbiamo allargarle, abbiamo il dovere, l’obbligo di allargarle, c’è la necessità, stante le richieste, di allargarle”.
Afferma che “sulle droghe si blatera e si tende alla perenne sottovalutazione”, di fronte ad uno scenario che invece è “di estrema gravità”. “Le sostanze – osserva nell’intervista – sono reperibili ovunque; c’è un nichilismo diffuso; c’è un disagio all’interno delle famiglie che credono d’essere estranee ai problemi; e a monte, lo ripeto e ripeterò a oltranza, si blatera. Così agendo, riempiendo l’aria di niente, si vogliono far passare in secondo piano le stesse criticità: ammettere d’aver sbagliato — e aver continuato a sbagliare — dà fastidio, e allora avanti tutta come se niente fosse, senza guardare né sentire, incrociando le dita”.