La difficoltà di uscire dai percorsi assistenziali: un’indagine

I “care leaver” sono la componente dell’universo giovanile che sta vivendo in maniera più drammatica di altre le difficoltà legate al passaggio all’età adulta e all’indipendenza. Questi sono soggetti almeno a una doppia vulnerabilità riconducibile all’essere giovani in tempi di perdurante incertezza e allo stesso tempo giovani senza o con fragili relazioni familiari e senza una rete di welfare adeguata a sostenerli. Questa condizione sociale li spinge a “diventare grandi” molto prima dei loro coetanei, a dover rispondere agli imperativi dell’autonomia individuale in tempi ristretti e a bruciare gli snodi di una fase del corso di vita complessa, ma irripetibile. Così, in modo paradossale, mentre i giovani italiani tendono sempre più a posticipare la transizione verso l’autonomia, i “care leaver” sono costretti ad anticiparla per non rimanere ancora una volta abbandonati.

Secondo alcune ricerche internazionali i “care leaver” presentano spesso serie difficoltà ad uscire dai percorsi assistenziali, a portare a termine o continuare i percorsi di studio e formazione, a costruire adeguati percorsi professionali, a perseguire stili di vita personali e familiari a cui aspirano e soprattutto ad evitare i rischi di caduta nella spirale della povertà. Di queste e di questi giovani si sa poco o nulla. In base ai dati istituzionali disponibili, si stima che a fine 2018 in Italia erano circa 2.400 le giovani e i giovani tra i 18 e i 21 anni che stavano uscendo dal sistema di accoglienza: un sistema composto da una fitta rete territoriale di piccole strutture residenziali gestite dal privato sociale e da un’altrettanta diffusa presenza di famiglie affidatarie e di affidatari. Si tratta di giovani che per la loro marginalità sociale sono rimasti per anni invisibili e impermeabili all’attenzione del welfare locale e nazionale.

Questa assenza di attenzione è uno dei principali motivi alla base dell’indagine campionaria nazionale promossa da “Agevolando”, intitolata “In viaggio verso il nostro futuro. L’accoglienza fuori famiglia con gli occhi di chi l’ha vissuta”. Per la prima volta in Italia si sono raggiunti e intervistati ben 373 giovani tra i 15 e i 25 anni che hanno affrontato oppure che stanno affrontando l’uscita dai percorsi di accoglienza per motivi di età.

Le situazioni di vita rilevate sono variegate, ma uno degli aspetti che conferma l’intensità delle pressioni sociali a cui devono rispondere i giovani in uscita dai percorsi di protezione è che ben la metà dei neomaggiorenni intervistati (18-24 anni, 251 intervistati), precisamente il 52%, vive già in una situazione di autonomia dalla famiglia di origine e, in parte, anche dal sistema di accoglienza. Ciò a fronte dell’esiguo 6% riguardante tutti i giovani di questa fascia di età rilevato nel 2018 dall’Istat. Questo dato non può essere spiegato pensando che i neomaggiorenni in uscita siano orfani, visto che pressoché tutti hanno dei genitori, né che abbiamo un background migratorio svolto in solitaria, visto che “solo” il 15% di essi rientra tra i minori stranieri non accompagnati. Il punto è che la qualità delle relazioni con i propri familiari, quando ci sono, non sono tali da rendere percorribile la possibilità del rientro in famiglia. La pressione diventa ancor più stringente dopo i venti anni: nella fascia di età tra i 21 e i 24 anni, la quota parte delle giovani e dei giovani che vivono in autonomia è del 77% (21% dovuta ai MSNA) mentre per i loro coetanei si ferma al 10%.

Tale pressione si esercita non solo sul versante della neo-residenzialità, ma anche delle condizioni sociali: il 44% tra i “care leaver” neomaggiorenni lavora già in modo continuativo (a cui si aggiunge un 16% che ha lavori occasionali), contro il 26% dei loro coetanei. Questa forte esposizione al mercato del lavoro non appare in alternativa netta allo studio scolastico o universitario in funzione di una possibile mobilità sociale ascendente: il 43% dei neomaggiorenni studia (9% all’università).

In questi numeri colpisce che gran parte dei neomaggiorenni che escono dai percorsi di protezione non trovino le condizioni per tornare in famiglia. Alcuni di essi, come detto, hanno un background migratorio svolto senza familiari, ma l’aspetto dei processi di protezione italiani che emerge con forza è la loro contenuta capacità di incidere sulla qualità delle relazioni familiari visto che, secondo gli intervistati, nel periodo di accoglienza solo nel 44% delle situazioni le relazioni familiari sono migliorate. Si tratta di situazioni che, secondo diverse ricerche nazionali, non sono di per sé semplici da migliorare anche perché una caratteristica del sistema italiano di protezione e tutela, rispetto a quello di altri paesi europei, è quello di intervenire mediamente “troppo tardi” nelle situazioni di forte pregiudizio familiare per i figli e le figlie, quando queste sono molto critiche e, a volte, impossibili da migliorare.

La valutazione del percorso di accoglienza

Come questi “care leaver” valutano il loro percorso di accoglienza nelle comunità e nelle famiglie affidatarie? I risultati sono netti, anche se non univoci. La grande maggioranza degli intervistati sia minorenni che neomaggiorenni rimanda una valutazione estremamente positiva e per certi versi inaspettata anche alla luce dei ricorrenti dibattiti mediatici sull’argomento, in verità da sempre alimentati dall’ideologia che dalla volontà di comprendere. Il 94% è d’accordo nel considerare il percorso in comunità o in affido come un’opportunità di cambiamento e l’85% lo considera un’ancora salvezza; l’87% ha incontrato persone con cui ha costruito legami importanti. Insomma, un percorso che per molti va considerato positivamente anche se ha comportato sofferenze, incomprensioni, spiazzamenti, forti emozioni e complessivamente una grande “fatica” ad essere percorso.

Va comunque evidenziato il gruppo di quanti invece denunciano un percorso travagliato e poco finalizzato, fatto a volte anche di maltrattamenti (18%) e da ricordare in modo decisamente negativo (14%). Valutazioni che si associano spesso ad accoglienze in cui le dimensioni partecipative alla formazione del proprio percorso di protezione sono state del tutto residuali se non assenti, in cui i progetti educativi individualizzati erano una necessità burocratica e non un’occasione di ascolto e di crescita di tutti gli attori coinvolti nell’accoglienza, dagli operatori ai ragazzi e alle ragazze accolte.

Diversi altri elementi emergono da questa nuova indagine che qui non è possibile riproporre: dalla grande capacità ad aspirare e a perseguire un futuro migliore di quello esperito; alla decisa disponibilità di mettersi personalmente in gioco per contribuire a cambiare alcuni aspetti del sistema di accoglienza e protezione.

Quanto queste considerazioni e questi dati sono da generalizzare all’insieme dei “care leaver” italiani? Non lo possiamo sapere, visto che manca completamente, da sempre, in Italia una specifica attenzione di monitoraggio e di ricerca verso questi fenomeni. Certo, si tratta di considerazioni fondate visto che riguardano alcune centinaia di “care leaver”, forse anche rappresentative del loro insieme. Ma non lo possiamo dire con certezza. Rimane la consapevolezza che orientare il dibattito sull’accoglienza di tutela anche sull’ascolto dei diretti coinvolti solleva aspetti inusuali, sollecita riflessioni inattese, motiva interventi e misure più appropriate per favorire una migliore transizione dal sistema di cura e di accoglienza a una vita adulta e autonoma.

Valerio Belotti, Università di Padova

Diletta Mauri, Università di Trento

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