Governo sulla crisi educativa. “Famiglie e associazionismo fondamentali”

In Italia abbiamo quasi 2,2 milioni di Neet. Dopo i deludenti risultati di “Garanzia Giovani” e con il servizio civile messo all’angolo, sembra mancare in Italia un pensiero di politiche pubbliche strutturali per i giovani. Elena Bonetti, ministra per la Famiglia e le Pari opportunità, per il 2020 ha annunciato un’iniziativa che riparta dall’educazione come “atto collettivo di servizio politico”.

Ministra, quale sguardo il Governo rivolge a questi ragazzi? E quali proposte fa?
La condizione dei Neet tocca al cuore le nostre famiglie e mette in luce gli sforzi enormi che queste quotidianamente compiono per tenere accesa la speranza dei nostri giovani. Il Governo - il mio Ministero per quanto di nostra competenza e il Ministro Spadafora, titolare della delega alle Politiche giovanili – guarda al tema con grande attenzione ed uno sguardo nuovo. Abbiamo affermato subito che il Paese può ripartire se restituiamo speranza e fiducia nel futuro, e le sinergie messe in campo mirano a tradurre in progettualità questa visione. Per essere efficaci serve lavorare insieme tra Istituzioni e stimolare nel Paese una cultura di alleanza tra generi, generazioni e parti sociali, che si realizzi come alleanza educativa. L’empowerment giovanile, che anche a livello europeo ci viene sollecitato, passa per una riconciliazione del Paese in un atteggiamento di reciproca responsabilità. L’Italia ha bisogno di una progettualità integrata, che guardi lontano.

Parlando di Neet c’è un tema fortissimo di mismatching fra le competenze a cui forma la scuola e quelle richieste dal mercato del lavoro, ma anche – forse soprattutto – un tema di demotivazione, depressione, sensazione di non appartenenza sociale: è questo con cui innanzitutto si confrontano le famiglie. Come non lasciarle sole?
Noi proponiamo per il Paese il Family Act, un progetto di investimento, fiducia e rilancio della dimensione familiare e dell’esperienza educativa, nel quale le famiglie e i giovani tornino ad essere protagonisti dell’azione collettiva. È evidente che occorre riattivare l’intera collettività intorno alle famiglie. L’educazione non può e non deve essere considerata un fatto privato, ma un impegno e una responsabilità condivisa che ci assumiamo come comunità. E quelle alleanze di cui dicevo devono andare esattamente in questa direzione. Corresponsabilità, condivisione, riconoscimento del valore di ciascuno per costruire e rinnovare il tessuto sociale. Per mettere ogni persona nelle condizioni di realizzare i desideri di bene per sé e per la propria famiglia. Per una comunità-Paese che cresce ed è più felice.

“Educhiamo”, con il relativo bando che uscirà a gennaio, il percorso che lei ha lanciato a fine novembre in occasione dei 30 anni della Convenzione sui Diritti dell'Infanzia, può essere una risposta nell’ottica preventiva?
"Educhiamo" è un tassello importante nell'Italia che vogliamo veder rigenerarsi e ripartire. Significa riqualificazione di luoghi, progettualità condivisa tra terzo settore, enti territoriali, scuola, associazionismo ed educazione non formale, che vogliamo valorizzare e mettere a sistema, perché il Paese si realizzi come comunità educante. Vuol dire attivare progetti e processi per dare ai nostri giovani quegli orizzonti futuri che meritano e che possono compiersi attraverso la straordinaria rete delle nostre comunità. Su questo investiamo 30 milioni di euro, una quota consistente dei fondi destinati alle politiche familiari, per finanziare progetti di carattere educativo nei territori del nostro Paese, per richiamare l’attenzione di ciascuno sull’urgenza di un cambio di paradigma nella consapevolezza e nella responsabilità dell’educazione.

Sara de Carli

 www.vita.it

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