Don Rigoldi: occasioni di stare insieme, un aiuto unico per i giovani

Nella “sua casa” – come chiama il carcere minorile “Beccaria” - sono passati trentamila ragazzi. Li ricorda tutti e trascorrerà tra le celle anche il suo ottantesimo compleanno. Don Gino Rigoldi, intervistato per il “Corriere della Sera” da Andrea Galli, parla di droga, famiglie, disagi mentali. E del suo ultimo progetto: il centro giovanile.

Droga. “Pensavo che certe stagioni, quelle da adolescenti dei sessantenni di oggi, quando l’eroina dimezzava classi d’età, ecco, non si sarebbero ripresentate... Un’emergenza enorme, la droga. Sto spingendo per la nascita di una comunità terapeutica per tossicodipendenti. In questa vita servono i fatti. I fatti, e poi certamente i luoghi adatti, e il personale giusto”.

Problemi mentali. “Così come anche fra i detenuti minorenni in parecchi hanno problemi di natura mentale, conseguenza di traumi psichici atroci - chi ha attraversato prima l’Africa e poi il mar Mediterraneo - che non possono essere gestiti in carcere”.

Famiglie. “Oh, i genitori... Spesso misurano i figli - quello che fanno, come lo fanno, quello che pensano, quello che dicono - su una personale scala di giudizio, che corrisponde banalmente al proprio successo o insuccesso... Non ci sei tu, figlio, ci sono io... Anche se, per la cronaca, questi genitori contemporanei non hanno certezze nel futuro, vedono tutto nebuloso, e questo non aiuta... Ogni estate mando un centinaio di ragazzi in Romania, nei centri di aiuto alle fasce deboli. Quando tornano sono gasatissimi. Stando l’uno al fianco dell’altro, diventa un processo naturale quello di lasciarsi andare, svelare un’angoscia, confidare un sogno. Parlare, ascoltare. Insomma, il concetto di comunità; e il concetto dell’amore, sempre lì si torna. Per paura, scelgono di isolarsi. Una forma di difesa. Ma se noi adulti incentiviamo le occasioni di stare insieme, forniamo un aiuto unico”.

Centro giovanile. “Qualche finanziatore l’ho già trovato. Ma non basta. Non basta mai. Quindi spero che si facciano avanti altri generosi. So che succederà. La mia idea è la seguente: un grande centro giovanile che unisca l’oratorio a una scuola di mestieri, la preparazione per appunto a un lavoro, con gente che te lo insegna, e non per forza, con tutto rispetto, saranno solo lavori manuali non difficili da apprendere, e allo stesso tempo sarà uno spazio per il gioco, il divertimento, le letture, il pallone, il teatro. Ci saranno appartamenti dedicati a particolari situazioni e ci saranno fruitori chiamiamoli così di giornata che verranno, che so, a imparare a suonare la chitarra. Sarà una grande eterogenea comunità, una comunità aperta su questa Milano - che, ahimé, e apro una parentesi, vede correre i prezzi ma non gli stipendi -, e con un concetto di base. Fondamentale: la capacità di fare gruppo. Che rimane uno dei migliori strumenti per aiutare questi giovani di oggi, così a volte ossessivi nella bassa auto-stima”.


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