Don Ciotti: date ai giovani riferimenti credibili. Vi seguiranno

Don Ciotti evidenzia, in un intervista a “EXagere”, scritta da Luigi Serrapica, la necessità di “impegnarsi per costruire una società diversa dall’attuale, in cui vige una vera e propria “idolatria” dell’io, culto che ha distrutto il tessuto sociale, inaridito le relazioni umane e prodotto quella che papa Francesco ha chiamato, con un’espressione forte e del tutto calzante, ‘globalizzazione dell’indifferenza’”.

“Verso chi è giusto provare empatia?”. L’empatia è un sentimento complesso che – a volte – può essere letto anche come semplice “buonismo”. Eppure, ragionare sull’empatia, suscita domande più profonde alle quali, forse, può rispondere solo chi ogni giorno promuove solidarietà, cooperazione, accoglienza.

Don Luigi Ciotti è un sacerdote di strada, un uomo impegnato – insieme alla comunità che lo sostiene e lo segue – ad aiutare i deboli, gli ultimi, gli emarginati. Uomini e donne dimenticati, sulla pelle dei quali si giocano politiche finalizzate alla ricerca del mero consenso. I migranti, i tossicodipendenti, la lotta contro le mafia numeri più che persone, sono stati al centro dell’attività del Gruppo Abele e di Libera, quest’ultima coordina oltre più di 1600 realtà impegnate nel contrasto alle varie forme di criminalità organizzata presenti in Italia e nel mondo, fondati da don Ciotti. La storia di un impegno civile che può raccontarci molto sul mondo che stiamo vivendo e che stiamo disponendo per le generazioni a venire. Ed è proprio l’impegno a contrasto di tutte le mafie a suscitare la prima domanda.

Don Ciotti, lei ritiene che ci possa essere empatia verso un mafioso?

Si può provare empatia per un mafioso che vive una crisi di coscienza e chiede una mano per cambiare, per uscire da una strada di violenza e di morte. Purtroppo la storia ci dice che accade assai di rado… Altra questione è la capacità di ascolto e di attenzione. Quella che ad esempio aveva Giovanni Falcone e che indusse Tommaso Buscetta a rivelargli molti segreti di Cosa Nostra. Non c’era evidentemente empatia fra il magistrato e il mafioso, ma quest’ultimo sentì che Falcone sapeva riconoscere la persona oltre il criminale e per questo decise di confidargli i suoi segreti.

Conosciamo l’empatia per gli studi e gli approfondimenti degli studiosi in vari campi, qual è il significato da dare a questo termine per un uomo di fede come lei?  

L’empatia è al di là della categoria del laico e del religioso perché riguarda lo specifico umano della relazione. Specifico umano perché non basta dire che siamo “in” relazione: occorre più radicalmente sottolineare che noi “siamo” relazione. La relazione ci costituisce come persone e ci permette come persone di crescere, di conoscere, di vivere con pienezza e intensità. Una persona che tagli i ponti tra sé e il mondo – o che mantenga solo rapporti di carattere utilitaristico – diventa un “individuo”, parola che designa una realtà priva di fondamento perché sulla Terra non c’è forma di vita che possa vivere senza relazioni, senza il concorso dell’altro nelle sue infinite forme, altro che, prima di essere attorno a noi, è dentro di noi, è la vita che ci anima, le speranze e i desideri che ci fanno sognare. In questo senso l’empatia è l’inevitabile sentimento di chi sente l’altro attorno a sé – nelle sue paure, bisogni, sofferenze – nella misura in cui lo riconosce e sente dentro di sé.

Che clima c’è attorno a chi, come Libera o il Gruppo Abele, pratica battaglie civili? Vi è reale partecipazione oppure vi sentite lasciati soli?

In certi contesti c’è empatia, così come in altri c’è indifferenza o peggio ostilità, con tutto un corredo di pregiudizi, calunnie e via dicendo. Il dato confortante, però, è che l’empatia è molto forte nel mondo giovanile, a conferma del fatto che i giovani, se trovano punti di riferimento credibili, dei progetti che li coinvolgano e adulti che ne riconoscano le capacità, rispondono con slancio ed entusiasmo: questo perché, se c’è una cosa di cui un giovane ha un acuto presentimento, è che la vita autentica non si riduce alle ambizioni dell’io, alla sua sete di affermazione, di ricchezza e di potere. Un giovane sente che l’io è in funzione della vita e non la vita in funzione dell’io. E dunque vuole impegnarsi per costruire una società diversa dall’attuale, in cui vige una vera e propria “idolatria” dell’io, culto che ha distrutto il tessuto sociale, inaridito le relazioni umane e prodotto quella che papa Francesco ha chiamato, con un’espressione forte e del tutto calzante, “globalizzazione dell’indifferenza”.

Le immagini di migranti abbandonati in mare non sembrano, spesso, suscitare empatia, ma – al contrario – rischiano di risvegliare sentimenti di chiusura: è questo il destino dell’Occidente?

L’atteggiamento verso i migranti, come anche verso i cosiddetti “diversi” e più in generale i poveri, è forse il frutto più velenoso di questa “globalizzazione dell’indifferenza”, ossia di questa generale perdita – ma dobbiamo chiamarla emorragia, ormai – di umanità. Lo ribadisco a voce più alta, dato il sonno di troppe coscienze: le relazioni con gli altri sono il termometro della nostra umanità e sapersi mettere nei panni degli altri, provare nei loro riguardi compassione o almeno empatia, è il primo passo per diventare o per restare umani. Il prevalere delle politiche di respingimento e di chiusura è un evidente segno di disumanità, figlie della perdita del legame sociale, del sentimento di comunità, del sentirci solidali e fratelli nei nostri limiti e nelle nostre fragilità. Prima che dalle frontiere, le spietate semplificazioni di demagoghi e sovranisti ci invitano a espellere il cosiddetto “altro” dai cuori e dalle coscienze, mutilando la nostra vita interiore e i nostri orizzonti esistenziali. Non so se sia il destino dell’Occidente; certo è che si tratta di una strada suicida – la politica e l’economia dell’io stanno distruggendo il nostro pianeta, come lucidamente analizza nella “Laudato si’ ” Papa Francesco. Allo stesso modo, è anche certo che, per invertire la marcia, non bastano aggiustamenti o provvedimenti tampone: occorre una rivoluzione delle coscienze, una cultura che alimenti un nuovo Umanesimo centrato sulla relazione come chiave e essenza della vita. La speranza rinascerà quando sapremo riconoscere l’altro dentro di noi e non ci sarà più distanza o peggio contrapposizione tra vantaggio del singolo e bene comune.

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