“Possiamo permetterci di non fare della scuola la leva del nostro riscatto?”

Il linguista Massimo Arcangeli, che da dieci anni interroga studenti universitari e liceali per uno studio sull’impoverimento linguistico italiano, dice di averne ricavato «un quadro devastante». C’è chi scrive di «adepti alla vigilanza o alla manutenzione», chi parla di «ernie al discolo», chi spiega il significato della parola alterco con questo esempio: «Non voglio quell’alterco di mio fratello».

E’ quanto scrive Gian Antonio Stella sul “Corriere della Sera” del 31 agosto scorso in un articolo intitolato “La scuola è una cosa seria, perno del nostro riscatto”. Ne abbiamo ripreso alcuni passaggi nella convinzione - già espressa su questo sito con un intervento che potete trovare in allegato e che abbiamo lasciato in primo piano per diversi giorni – che proprio il decadimento dell’istruzione e l’ignoranza dilagante sia l’origine di molti mali di cui, una volta riversatisi sulla società, si fatica a ritrovare le tracce. Ma la matrice era spesso lì, in quelle aule, tra quei banchi. L’intervento, del Terzo Settore, ha avuto quasi duecento lettori a conferma della riconosciuta importanza del tema o perlomeno del suo interesse.

Su 196 matricole - scrive Stella - 153 non conoscevano il senso di morigerato, 158 di abulico, 186 di ondivago. Dice l’ultimo dossier Treellle di Attilio Oliva e Antonino Petrolino che «il livello di “analfabetismo funzionale” in Italia è del 30% della popolazione, contro il 15 % della Ue mentre il livello di “competenze adeguate o elevate” è solo del 30% contro il 65%». “Che col 14% di abbandoni precoci – continua l’articolo - che compromettono la vita, doppiamo l’Europa. Che l’indagine in literacy e numeracy di Ocse-P.i.s.a. sui quindicenni ci dà «sotto la media di 80 paesi». Ottanta! Un problema enorme: «Una popolazione sprovvista di cultura e di spirito critico è in pericolo perché soggetta a facili manipolazioni e a una sudditanza perenne»

Nel 2030, ricorda in questi giorni un report di Tuttoscuola, avremo presumibilmente «un milione e 300 mila studenti in meno, con un turnover del 40% degli insegnanti». E le proiezioni demografiche di Eurostat, rielaborate dalla Fondazione Agnelli, «fatto 100 il numero di studenti italiani tra i 6 e i 16 anni nel 2015, prevedono che nel 2030 saranno 85». Quelli inglesi e tedeschi 109, quelli svedesi 125.

“Cosa farebbe un paese serio - afferma Stella commentando questi dati -, davanti a un panorama angosciante come questo con la disoccupazione giovanile al 38%, cioè doppia rispetto alla media europea? Potrebbe continuare come ha fatto in questi anni a sventolare i numeri dei nostri giovani che stanno facendoci fare un figurone guadagnandosi spazio, celebrità, ruoli di prestigio all’estero. Tirandosi addosso, come già è successo, l’indignazione sacrosanta di quei ragazzi, obbligati ad andarsene da una società chiusa, anziana, incapace di rinnovarsi e di spalancare le università e la ricerca e gli ordini professionali, dove l’ascensore sociale, spiegava giorni fa il Centro Studi di Community Group e Intesa Sanpaolo, è fermo da almeno cinque anni. Oppure potrebbe darsi finalmente, come propone Marina Valensise, già responsabile dell’Istituto italiano di Cultura di Parigi, un nuovo obiettivo: «Prima la scuola».

La scuola deve fare i conti anche con drastici tagli. “Rileggiamo – dice l’articolo - quanto scriveva Mario Sensini a proposito dell’ultima finanziaria: «Altro capitolo molto pesante nel bilancio pubblico è quello assorbito dall’istruzione scolastica. Che si riduce, a legislazione vigente, di 4 miliardi nel triennio, cioè di circa il 10%. Si passa da 48,3 a 44,4 miliardi nel giro di tre anni, con una riduzione delle risorse sia per l’istruzione primaria (da 29,4 a 27,1 miliardi di euro) che per quella secondaria (da 15,3 a 14,1 miliardi)».

Un contesto preoccupante per il nostro sistema educativo e per i nostri ragazzi, che “come hanno dimostrato ancora una volta le prove Invalsi arrivano spesso ad affrontare la maturità, soprattutto nel Mezzogiorno, con livelli di preparazione bassissimi”. E conclude: “Ma possiamo permetterci ancora di non fare della scuola, dell’Università e della cultura il perno, l’unico che abbiamo, per il nostro riscatto?”.

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