Il ricordo di don Giorgio: condivise la sofferenza senza perdere l’idealità

Don Giorgio Bosini, fondatore de “La Ricerca”, è stato legato a don Mario Picchi – di cui come diciamo in un altro articolo del Portale è stata avviata la causa di beatificazione – da un rapporto di grande affetto e di stima reciproca.

In quest’occasione vogliamo ricordare i momenti del loro primo incontro attraverso le parole dello stesso don Giorgio. Erano i primi difficoltosi passi del cammino per l’aiuto ai tossicodipendenti, un fenomeno che stava esplodendo con effetti dirompenti anche nella nostra città. Sarebbe stato un lungo cammino – ancora in corso – costellato di successi e sconfitte, gioie e dolori, vite cadute e vite salvate.

Don Mario e don Giorgio si incontrarono il 1° maggio 1981 a Roma. “Ero con un gruppo di persone: un obiettore, un medico, un assicuratore, un perito elettronico, un padre disperato”. Don Giorgio era andato al Ceis, in piazza Cairoli, per capire come affrontare il dramma-droga ed apprendere il metodo, “Progetto Uomo”, che intendeva applicare. Dietro di sé aveva il sostegno del vescovo e, dentro, la fede – oltre alla forza, la bontà e all’intelligenza – che tutti ben conosciamo.  

“Ero partito – raccontava – ‘con l’agenda sotto il braccio’ e la convinzione di dover imparare cosa fare: in realtà è stato uno shock perché mi sono trovato in una comunità terapeutica, quella di don Mario Picchi a Roma, dove si era ‘dentro’ nel meccanismo del progetto. A un certo punto l’agenda l’ho buttata via: veniva chiesta una full immersion e solo allora ho capito un po’ cosa ci fosse dietro il discorso della droga. Non semplicemente dei ragazzi deviati, ma persone sensibili e attente prese però da questo vortice di distruzione. A Roma c’era un metodo di lavoro un po’ diverso dagli altri: l’operatore entrava nella comunità ma alla sera rientrava a casa. ‘Progetto Uomo’ prevedeva un corso di sei mesi e una serie di tirocini in comunità”.

Per don Giorgio, l’esperienza romana si rivela non solo formativa sotto il profilo delle metodologie da adottare, ma profonda e forte personalmente e spiritualmente. “Io ho trovato ancor di più anche ‘il prete’. Non vi meravigli l’affermazione, ma nel mio peregrinare mi ero fatto la convinzione che per operare con il tossicodipendente forse si doveva prendere le distanze. Don Ciotti, prima, e don Picchi poi, mi hanno testimoniato la possibilità di coniugare il servizio con la vocazione di consacrato: condividere la sofferenza e tutto il resto senza perdere nulla delle convinzioni e dell’idealità”.

Uomini – don Giorgio come don Picchi - votati agli altri, specie i bisognosi, che hanno trovato nella veste sacerdotale l’ideale traduzione di questo loro essere. Perché, come ha detto don Giorgio con una semplicità ed una profondità che sono, anche queste, un dono “la vocazione non è un giogo, ma un sì che si dice ad una scelta di vita molto bella e se uno si fida della bontà di Dio, quando uno è aperto a questo sì, si possono dire anche i no a tante cose che magari costano”.

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