Senza pietre non c’è arco. Scomparsa una generazione di costruttori

E’ stato pubblicato su www.santalessandro.org un testo che riprendiamo e proponiamo perché è in qualche modo collegato al nostro don Giorgio, strappato alla sua famiglia, a noi, a Piacenza a cui tanto ha dato dal corona virus. Se ne sta andando, brutalmente, una generazione di donne e uomini che hanno costruito ponti, creato legami, cucito relazioni. Don Giorgio ne faceva indubbiamente parte, lo testimoniano la sua vita e le sue opere oltre che tante tantissime persone. Starà a noi farli germogliare. Per un nuovo inizio, tutto da costruire.

Nel romanzo “Le Città invisibili” Italo Calvino immagina che Marco Polo descriva un ponte, pietra per pietra, a Kublai Khan. L’imperatore dei Tartari ad un certo punto chiede: “Qual è la pietra che sostiene il ponte?”. Il viaggiatore e mercante italiano gli risponde: “Il ponte non è sostenuto da questa o da quella pietra ma dalla linea dell’arco che essi formano”. Kublai Khan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge: “Perché mi parli delle pietre? E’ solo dell’arco che mi importa”. Marco Polo gli risponde: “Senza pietre non c’è arco”.

 I morti di questi giorni, le loro storie finite, i ponti che hanno costruito

Il racconto di Calvino mi veniva in mente in questi giorni mentre sfogliavo le tante, troppe pagine de “L’Eco” con il lungo elenco di morti. Che non è mai solo una somma di numeri, ma che sono volti, nomi, storie. Molto spesso, volti, nomi e storie che hanno fatto le nostre comunità trasmettendo ed incarnando le passioni più diverse, tutte ugualmente importanti. Pietre che hanno tenuto l’arco, figure comunitarie che hanno custodito relazioni e prossimità. Basta osservare i titoli dei giornali in un qualunque giorno di questa settimana:

Albino piange Mario, fino all’ultimo al servizio della sua comunità
Anselmo e Mario, Albegno ha perso due colonne importanti
“Ciao Dario”, l’oratorio di Casnigo perde il suo pilastro
Fino alla fine a servizio dei suoi pazienti. Zanica in lutto per il dottor Leone

Sacerdoti, fornai, pittori, medici di base, infermieri, insegnanti, volontari della protezione civile, alpini, allenatori, geologi, sindaci, animatori dell’oratorio, maestri di canto, esperti di presepi o di fiori, cooperatori, catechisti e tanti altri: in generale, tutti appassionati delle tantissime e diverse realtà che fanno la vita delle persone e rendono vivace un territorio. Un variegatissimo campionario umano che è stato, in questi anni, il corpo delle nostre comunità. Se ne sta andando, brutalmente, una generazione di donne e uomini che hanno costruito ponti, creato legami, cucito relazioni. In tempi di conclamata disintermediazione hanno continuamente tessuto dal basso le ragioni dello stare insieme, hanno avuto cura dell’altro e del mondo abitato e custodito il “noi” come antidoto alla solitudine di tanti e come ricetta per una vita buona e generativa.

Hanno buttato semi. Devono germogliare

La faticosa lettura del lungo elenco di profili delle persone che ci lasciano consente in questi giorni uno sguardo particolare sulla grande ricchezza del nostro territorio. Siamo ricchi di persone appassionate, nascoste, spesso silenziose eppure straordinariamente operose e attive nella costruzione del tessuto esistenziale delle comunità: un tessuto che è fatto di istituzioni, di imprese e di lavoro, di chiesa, di politica e di organizzazioni diverse e che tuttavia non può rinunciare alla miriade di piccole passioni che coinvolgono persone, le mettono in relazione, le aiutano, quasi “le obbligano” a prendersi cura del tanti aspetti del vivere insieme.

Prima del tempo del coronavirus, ci descrivevano il mondo globale come luogo posto sotto il segno della disgregazione, del respingimento e dell’isolamento: in quello stesso tempo, nel silenzio generale, dentro la vita dei nostri territori, migliaia di persone dimostravano, nel quotidiano, che bastava poco per riconoscersi come una sola umanità sulla stessa terra. Donne e uomini che hanno custodito il valore della relazione e della responsabilità per il bene comune, più grande del piccolo perimetro di ciascuno. Hanno insegnato, senza la pretesa di farlo, che vivere non è sopravvivere lottando contro gli altri. Vivere è sentirsi partecipe di un destino comune, fatto di parole e di azioni che nessuno può dire e fare al posto nostro.

Grazie a loro, semi di vita buona sono stati posti nelle nostre terre. Starà a noi, quando sarà primavera, farli germogliare dentro le nostre comunità. Per un nuovo inizio, tutto da costruire.

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