Guzzetti: se il Terzo Settore si indebolisce è a rischio la democrazia

L’avvocato Giuseppe Guzzetti si arrabbia quando qualcuno lo definisce il padre delle moderne Fondazioni d’origine bancaria ma la cronaca nella sua essenzialità dice che è proprio così: dal 5 febbraio 1997 al 28 maggio 2019 è stato presidente di Fondazione Cariplo e dal 2000 al 2019 è stato Presidente dell’Acri, Associazione di Fondazioni e Casse di risparmio. Un sistema, quello delle Fondazioni di origine bancaria che ha resistito ai tanti tentativi di pubblicizzazione di un patrimonio che fa gola a molti. Patrimonio costituito dai risparmi dei cittadini che le Fondazioni investono e dagli utili prodotti al netto delle tasse (100 milioni nel 2010 e 408 milioni oggi, ricorda sempre l’avvocato) e delle spese di funzionamento, è interamente destinato a finanziare i quattro settori assegnategli dalla legge istitutiva: servizi sociali, arte e cultura, ambiente e ricerca scientifica. Circa un miliardo l’anno, e l’avvocato quando ancor oggi quando vede articoli o interventi che raccontano sulle Fondazioni cose sbagliate o inesatte prende carta e penna per replicare. Incontriamo Giuseppe Guzzetti per un’intervista per la trasmissione di Rai due “L’Italia che fa”.

Avvocato, lei non smette mai di sottolineare come per le Fondazioni di origine bancaria il Terzo settore sia il partner fondamentale.

Le fondazioni non fanno niente in proprio, come attuano il loro impegno nel sociale nelle sue quattro declinazioni: Servizi alla persona, Arte e cultura, la Ricerca e l’Ambiente? Con il Terzo settore, il volontariato, il privato sociale che sono coloro che in questi anni hanno garantito un livello di accettabilità delle risposte ai bisogni sociali che altrimenti avrebbero trovato ben poche risposte. Le Fondazioni potrebbero anche fare in proprio, una fondazione potrebbe gestire una scuola o una casa per il fine vita, ma non è questa la funzione che hanno scelto, la scelta è stata di essere enti erogativi, che non vuol dire distribuire i soldi a casaccio. Abbiamo via via affinato il meccanismo dei bandi, dei progetti e delle valutazioni di impatto, ma bandi e progetti li realizziamo tramite il Terzo settore. La seconda caratteristica è che le fondazioni in queste loro attività hanno sempre puntato all’innovazione, ovvero non ci si limita a dare contributi ma si chiede di migliorare le attività, di sperimentare nuove risposte ai bisogni vecchi o nuovi. Le Fondazioni da anni, oltre a erogare miliardi, fanno innovazioni sociale e sperimentano nuove forme di intervento: edilizia sociale, welfare di comunità, contrasto alla povertà educativa. Quest'ultima iniziativa, prorogata sino al 2021 grazie al credito di imposta riconosciuto dallo Stato, ha permesso di puntare tra 2016 e 2018, 120 milioni l'anno sulla povertà educativa di 1,2 milioni di bambini, togliendone 500mila dalla povertà. Quel modello, credo, si debba replicare oggi per l'assistenza agli anziani (da riorganizzare con cure palliative a domicilio, non concentrate nelle Rsa, rivelatesi più che altro un business per chi le gestisce) e alle altre priorità strategiche. Una delle sentenze della Corte Costituzionale del 2003, sentenze che hanno salvato le fondazioni di origine bancaria da tentativi di pubblicizzazione, la sentenza n. 300 per l’esattezza, dice che abbiamo una funzione fondamentale in quanto facciamo parte dell’organizzazione delle libertà sociali abbiamo il dovere di attuare il principio di sussidiarietà insieme al volontariato e al Terzo settore.

Passata la pandemia quale nuova sfida, che visione nuova per le Fondazioni?

Oggi in Italia dobbiamo aver coscienza piena che quali che siano gli interventi che fa lo Stato, lo Stato non sarà mai in grado di fare quello che garantiscono oggi volontariato e Terzo settore. Dobbiamo essere ben coscienti che tantissimi bisogni sociali non possono che trovare risposta nel privato sociale, pensiamo per esempio a genitori di bambini autistici che si mettono insieme per assicurare un domani degno e autonomo ai loro figli. Ecco queste risposte lo Stato non sarà mai in grado di darle, al più lo Stato istituzionalizza, e se è bravo e non è cieco, incoraggia quello si muove dentro la società. Ora i bisogni sociali aumenteranno e si aggraveranno, perciò abbiamo bisogno di un volontariato sano, forte, nel pieno delle sue capacità per interpretare al meglio la sua funzione di sussidiarietà in un frangente tanto delicato. La pandemia, purtroppo, tra i tanti effetti negativi ha anche avuto l’effetto di mettere in crisi tanto volontariato che oggi soffre per le minori donazioni, ridottesi di un terzo perché focalizzate sugli aiuti sanitari urgenti. C’è il rischio usciti dalla pandemia di avere un Terzo settore più fragile, un volontariato più indebolito e allora il promo obiettivo delle fondazioni di origine bancaria è quello di fare in modo che le organizzazioni non chiudano e mantengano la loro capacità di risposta ai bisogni sociali più urgenti. Lo Stato in tutti questi provvedimenti urgenti e a getto continuo poteva e doveva far molto di più. Non basta dire che i volontari sono bravi, bisogna trattarli come si trattano le partite Iva, le imprese, i lavoratori, gli stabilimenti balneari, e invece, nel concreto, li si dimentica sempre. Per questo l’Acri ha lanciato due fondi, il primo di garanzia per le banche perché siano tranquille a concedere affidamenti alle organizzazioni di terzo settore, il secondo finalizzato alla riduzione degli interessi sui prestiti. Poi alcune Fondazioni come Cariplo ha lanciato un bando (Lets Go) finalizzato a dare contributi agli enti di terzo settore per superare la fase di crisi. Come ha detto il suo presidente, il professor Giovanni Fosti, ‘Gli enti di Terzo Settore sono cruciali per le nostre persone, per le nostre comunità e per le nostre Istituzioni. Perderli significherebbe perdere pezzi di comunità. Perdere questa rete creerebbe un enorme danno economico, metterebbe in difficoltà le nostre famiglie, ma significherebbe anche disperdere l’insieme di lavoratori e di volontari ad essa collegato, un patrimonio preziosissimo’. Quel che le Fondazioni devono fare è non far seccare questi filoni quando l'emergenza finirà, ma orientarli sui bisogni sociali e del welfare, drammatici già prima che iniziassero i contagi. Bisogna insistere su una mobilitazione dei territori con un'alleanza forte e strategica tra governo, Fondazioni, Terzo settore e l'altro soggetto importante, le imprese e le banche che destinano fondi importanti al sociale. Insieme dobbiamo cambiare le priorità delle politiche economico e sociali, privilegiando il welfare: il contrasto a tutte le povertà.

Perchè è tanto importante un volontariato e un Terzo settore in salute?

Parliamo di volontariato e terzo settore sempre nell’ambito sociale, ma voglio sottolineare come il Terzo settore, il terzo pilastro è fondamentale per la tenuta del sistema democratico. Le democrazie liberali come la nostra e quelle occidentali si regge su tre pilastri, lo Stato, ovvero il sistema pubblico, il settore privato che dà vita allo spazio del mercato, e il Terzo settore e privato sociale. Se questi tre pilastri sono tutti e tre solidi e collaborano il sistema regge ed è in grado di dar risposte, ma se il Terzo settore scompare o si indebolisce la democrazia rischia. I sovranisti i populisti la prima cosa che fanno è sempre quella di attaccare le organizzazioni di volontariato e l’associazionismo, il terzo pilastro è una storia antica e recente, guardiamo in Ungheria o da noi gli attacchi strumentali e vergognosi a cooperative, associazionismo e ong.

Riccardo Bonacina

www.vita.it

Caregiver familiare, sollecitata una legge: “Non si può più aspettare”

Le 14.000 famiglie associate ad Anffas, che da sempre si battono per vedere riconosciuta ed adeguatamente sostenuta la figura del caregiver familiare, auspicano che il Parlamento approvi al più presto una apposita legge in merito.

A tal fine Anffas ha depositato presso la 11^ Commissione del Senato un proprio articolato testo emendativo (in linea con analoghe proposte di Fish e Forum del Terzo Settore), i cui punti ritenuti maggiormente qualificanti sono:

  • il ribadire che il caregiver familiare non sostituisce gli interventi, le prestazioni ed i servizi di cui può essere beneficiaria la persona assistita, ma li integra e li valorizza nell’ottica di una proficua collaborazione tra i diversi soggetti, a vario titolo coinvolti;
  • il contribuire a costruire un contesto inclusivo e solidale, dove al centro ci sia sempre la persona, perseguendone la migliore qualità di vita possibile nel rispetto del proprio progetto individuale di vita; 
  • il chiarire che il mettersi a disposizione per l’attività di cura da parte del caregiver deve rappresentare una scelta volontaria per concorrere, all’interno di una serie integrata di servizi, al percorso di vita della persona di cui si prende cura e carico e con l’assenso di quest’ultima;
  • la necessità di intervenire verso quei caregiver, in genere donne, che hanno svolto, nella loro vita, attività di cura soprattutto in un percorso di lunga assistenza, ma senza alcun concreto riconoscimento e supporto;
  • il riconoscere il lavoro di cura prestato, garantendo anche una specifica tutela pensionistica previdenziale;
  • il prevedere la possibilità di optare, in alternativa, per la corresponsione di un’indennità economica; 
  • il prevedere la tutela della salute e dell’equilibrio psico-fisico del caregiver, garantendo la possibilità di avere propri spazi, proprie necessità ed una propria vita.

Si deve prendere atto che non si può più attendere ulteriormente per avere una legge sui caregiver familiari, visto che anche durante l’attuale pandemia le famiglie delle persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo e non autosufficienti sono state lasciate da sole ad affrontare un carico spesso molto al di là delle loro stesse forze. Ciò a causa della totale mancanza di una adeguata rete di servizi e sostegni.

Si tratta, in buona sostanza, di mettere in atto una serie diversificata di soluzioni che vada dall’accesso ai servizi di sollievo appositamente dedicati ai caregiver, al riconoscimento economico e previdenziale soprattutto delle mamme che hanno dovuto, loro malgrado, abbandonare il lavoro per dedicare la loro vita ai propri cari con gravi disabilità, alla previsione ancora di sistemi assicurativi volti a garantire sia il caregiver che la persona con disabilità ed  alla costruzione e sostegno di risorse informali che i territori possono attivare e promuovere, anche grazie all’attivo coinvolgimento degli enti del terzo settore e delle reti di volontariato.

In questa direzione, con spirito collaborativo e propositivo, va la proposta di Anffas, la più grande associazione italiana di familiari delle persone con disabilità (caregiver da sempre), che non può, e speriamo non lo rimanga, restare inascoltata.

FICT: i progetti di prevenzione nelle scuole diminuiti del 31%

“Un altro fatto di cronaca nera rompe il silenzio - afferma Luciano Squillaci, presidente della Federazione Italiana Comunità Terapeutiche - due adolescenti di 15 anni trovati morti per l’assunzione di un mix di sostanze. Due scene terrificanti che hanno scosso una città intera e l’opinione pubblica perché morire a 15 anni e soprattutto per droga lascia sgomenti.”
Continua il presidente FICT: “Un società totalmente indifferente che si scuote un attimo soltanto di fronte a tragedie immani come quella di Terni e, peraltro, ampiamente annunciate. Proprio così, ampiamente annunciate! E nessuno può sentirsi assolto, può dire ‘non potevo immaginare’! Tutti noi, ed anche chi ci governa e chi è chiamato a fare le leggi, sappiamo perfettamente che le droghe uccidono. I dati sono lì a dimostrarlo: quasi un morto al giorno per droga in Italia. Eppure, nonostante questo, nessuno se ne preoccupa e l’unico dibattito che ‘appassiona’ è cannabis si o cannabis no! Mentre ragazzi sempre più giovani, colpevoli solo del male di vivere, continuano a morire ogni giorno. Le droghe creano dipendenza e soprattutto gli adolescenti non hanno gli strumenti per poter fronteggiare questa sirena attrattiva, troppo seduttiva, se alla base non c’è, da parte della società tutta, una corretta informazione ed educazione emotiva.”
“Gli adulti e lo Stato – prosegue - si sono dimenticati di investire sulla cultura della prevenzione, sulla trasmissione di quei valori, che preservano la vita umana e che aiutano a distinguere il bene dal male, perché bisogna dirlo chiaramente: tutto ciò che crea dipendenza è male e le droghe uccidono. Stiamo tornando indietro. Nelle scuole scarseggiano programmi di prevenzione e, soprattutto, in questo periodo, di lockdown gli adolescenti sono stati lasciati ulteriormente da soli e la paura è che sarà sempre peggio.”
“Nelle comunità terapeutiche – afferma Squillaci – nel 2019 noi abbiamo registrato un incremento di prese in carico di quasi il 10% di minori e adolescenti rispetto al 2017, di questi il 39% ha assunto per la prima volta cannabis, il 12% eroina, l’11% cocaina ed il 25% alcol. Mentre registriamo nel 2019 un decremento del 31% di interventi e progetti di prevenzione e informazione nelle scuole, nei centri di aggregazione, nelle area di formazione per docenti e famiglie. Questi pochi dati sono gravissimi e ci danno la misura di quanto ci sia disinteresse sul futuro e sulla vita dei minori”. “Purtroppo – conclude - se non ci si muove rapidamente e con determinazione in campo educativo, arriveranno altre tragedie annunciate perché la droga si sconfigge soltanto con la cultura dei valori, che non cadono dal cielo, e con una nuova comunità che torna a svolgere il suo ruolo educativo, mettendo di nuovo al centro i giovani che oggi non hanno più un perché e uno scopo”.

Dalla Regione fondi per l’emergenza Covid e per abbattere interessi passivi

Lo scorso 13 luglio 2020, la Giunta regionale dell'Emilia-Romagna ha approvato il "Bando per l’erogazione di finanziamenti ad organizzazioni di volontariato o associazioni di promozione sociale impegnate nell’emergenza Covid-19, in base all'accordo di programma sottoscritto tra il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e la Regione Emilia-Romagna ai sensi degli articoli 72 e 73 del D.Lgs. n.117/2017, Codice del Terzo Settore". L'avviso, al quale si può aderire dal 3 agosto all'11 settembre, è finalizzato a sostenere, con un budget totale di 2.462.764 euro, ODV E APS presenti sul territorio che, sia nella cosiddetta fase 1 che nella fase di graduale uscita dall’emergenza sanitaria Covid-19, hanno svolto e svolgono attività di aiuto alle fasce di popolazione in difficoltà e che siano impegnate nel ridurre le ineguaglianze, nel rendere le città inclusive e contrastare il cambiamento climatico.

Possono partecipare al bando: le organizzazioni di volontariato iscritte da almeno un anno nel registro regionale di cui alla L.R. n. 12/2005 e con almeno 30 soci aderenti; le associazioni di promozione sociale iscritte da almeno un anno nel registro regionale di cui alla L.R. n. 34/2002 e con almeno 100 soci aderenti e le associazioni di promozione sociale con sede in regione Emilia-Romagna non iscritte nel registro regionale ma iscritte da almeno un anno nel registro nazionale di cui allíart. 7 delle L. 383/2000 in qualità di enti affiliati e con almeno 100 soci aderenti.

Le domande, finalizzate all’ottenimento del finanziamento regionale, dovranno essere presentate per via telematica, utilizzando esclusivamente il servizio online disponibile alla pagina https://sociale.regione.emilia-romagna.it/terzo-settore/bandi/, sottoscritte dal legale rappresentante e corredate della relativa documentazione, dalle ore 10 del 3 agosto 2020 ed entro le ore 13 dell'11 settembre 2020.

La scelta di questo intervallo di tempo, anche se coincide in buona parte con l'estate e la sospensione delle attività, è necessaria per consentire alla Regione di completare l'istruttoria entro la fine dell'anno e probabilmente erogare il contributo sempre entro tale periodo.

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Con Delibera di Giunta Regionale n. 716 del 22 giugno 2020 la Regione Emilia-Romagna intende trasferire un fondo ai Confidi da destinare all’abbattimento dei costi sostenuti per l’accesso al credito delle associazioni di promozione sociale e organizzazioni di volontariato di cui alle Leggi Regionali n. 34/2002 e n. 12/2005, nonché delle associazioni sportive dilettantistiche e degli enti religiosi civilmente riconosciuti che svolgono attività di interesse generale ai sensi dell’articolo 5 del decreto legislativo n. 117 del 2017, operanti in Emilia-Romagna.

In sostanza, la Regione stanzia 2,5 milioni per sostenere il costo degli interessi, delle garanzie e dell'istruttoria in modo da agevolare l'accesso al credito e azzerare (visti i tassi attuali) il costo degli interessi.

In pratica, prestiti fino a un massimo di 50.000,00 euro per un massimo di 6 anni possono essere richiesti in banca chiedendo di accedere alle garanzie di questo fondo. Accedendo a questo fondo si possono utilizzare i contributi per abbattere gli interessi.

La richiesta del prestito è comunque sempre sottoposta alla valutazione di rischio da parte della banca a cui ci si rivolge e le garanzie attivate grazie all'intervento della Regione con il fondo non esentano da una valutazione sulla capacità o meno di rimborsare il prestito.

"Questo fondo è una assoluta novità - dichiara Fausto Viviani, portavoce Forum ER - perché è la prima volta che strumenti da sempre utilizzati per le imprese vengono ampliati ai soggetti del Terzo settore e in particolare ai soggetti associativi del Terzo settore. È il frutto di una preziosa collaborazione tra la Regione, in particolare con la Vicepresidente Elly Schlein, e il Forum Regionale Terzo Settore".

Il fondo dovrebbe essere operativo prima della fine del mese di luglio. Nelle prossime settimane il Forum sarà impegnato a verificare la disponibilità delle banche ad agevolare l'accesso al credito e a promuovere l'uso di questo fondo per il mondo del Terzo settore e, appena saranno noti i consorzi fidi selezionati, a fare una verifica anche con loro.

Successivamente il Forum attiverà anche strumenti di informazione/formazione per le associazioni regionali e provinciali che chiederanno di accedere a questo prestito agevolato.

Coordinamento Comunità Accoglienza: no a sola repressione

Il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA) esprime la propria preoccupazione per la chiave unicamente repressiva che sta prendendo il dibattito pubblico e le conseguenti azioni istituzionali proposte in merito alla morte dei due adolescenti di Terni, Flavio e Gianluca, a quanto pare avvenuta in seguito all’intossicazione da una, o più, sostanze psicoattive. Il CNCA chiede inoltre l’immediata attivazione, non solo in Umbria ma su tutto il territorio nazionale, della Riduzione del Danno (RdD) prevista dal governo nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) che le Regioni sarebbero tenute ad assicurare nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

“In queste settimane, i media si sono fatti portavoce di un dibattito pubblico e istituzionale basato su slogan, termini sterili e luoghi comuni, a partire dalla solita presunta emergenza droga. Proprio su questo, ci teniamo a ricordare che secondo l’ultima Relazione Annuale sul Fenomeno delle Tossicodipendenze, con dati 2018 e presentata al Parlamento nel dicembre scorso, le sostanze illegali hanno provocato la morte di 334 persone, rispetto alle 93mila attribuibili annualmente al tabacco (il 14% di tutte le persone decedute) e alle 40mila uccise da malattie correlate all’alcol.

“Riguardo alle azioni istituzionali da mettere in campo, sottolineiamo l’assenza a Terni di una qualsiasi unità di strada o progetto di Riduzione del Danno (RdD). L’ultima attività di questo tipo, peraltro di affiancamento o supporto al Servizio Dipendenze (SerD) e con rari presidi all’esterno, risale ormai a 10 anni fa. Anche il progetto ‘Notti Sicure in Umbria’, che interveniva in tutta la regione nei grandi eventi del divertimento con postazioni chillout, primo soccorso, spazio informativo, ristoro e servizio di drug checking (analisi rapida delle sostanze), è ormai finito e potrebbe essere replicato se fosse rifinanziato. 

“Per il CNCA, da decenni impegnato in numerose attività e progetti a stretto contatto con giovani e potenziali consumatori, la stretta repressiva è inefficace nel prevenire le morti. Anzi, è controproducente: rischia di spaventare e allontanare persino dai servizi di emergenza, mentre laddove in campo c’è la RdD le morti scendono e le overdose calano fin quasi a scomparire.

“Grazie alla RdD, il mondo adulto attiva un dialogo alla pari, non giudicante, con i giovani, attraverso una corretta informazione che mira a creare consapevolezza nelle loro scelte, riducendo così danni e rischi legati ai consumi (e quindi anche le potenziali vittime). Arrivando anche a prendere in carico quelli problematici che chiedono aiuto. In una regione come l’Umbria, per anni capofila a livello nazionale, secondo le relazioni al Parlamento sulle droghe, delle vittime di overdose, appare ancora più importante puntare sulla RdD. A quanto pare le overdose erano in crescita anche nella stessa Terni, ben prima del clamore mediatico suscitato da queste ultime due tragiche morti.

“Proprio su questo, chiediamo a gran voce alle istituzioni di garantire immediatamente su tutto il territorio nazionale la Riduzione del Danno (RdD), diventata dopo anni di attesa e di battaglie politiche un diritto (al momento quasi sempre negato) rivolto in primis agli stessi consumatori. Il suo inserimento nel Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) che le Regioni dovrebbero garantire nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), avvenuto nel 2017, non ha infatti portato alla tanto attesa capillare attivazione di questo servizio lungo la penisola.

“La rete nazionale CNCA, a partire dal 1980, ha maturato una consolidata esperienza nei servizi di prossimità e di RdD, attivati in Italia dai propri soci già a partire dagli anni Novanta, anche con unità mobili. Questa più che decennale attività, ci porta oggi a chiedere alle istituzioni il rispetto della nostra lunga storia e delle professionalità acquisite nel tempo e dai più riconosciute, riportando l’attenzione sulle politiche di prevenzione, educazione e Riduzione del Danno”.

 

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