La fragilità dei padri in un mondo che cambia

In un mondo che cambia, compito del Terzo settore è di riconoscere i mutamenti e rispondere con azioni che vanno nella direzione del bene comune. Il perché lo spiegano bene le stime dell’Istat: nel 2018 sono 140mila i nuclei monofamiliari di soli padri. Una minoranza numerosa davanti alla quale non si può girare la testa dall’altra parte. Il Gruppo Abele ha intervistato, sul proprio Portale, Mauro Melluso, responsabile della Comunità genitore – bambino del Gruppo Abele, per tirare le somme del primo anno d’attività e per ragionare sulla situazione del presente.

Com’è nata e da dove, l’idea di investire risorse ed energia in un progetto così inedito?
Dal bisogno di adattare l’intervento sociale ai mutamenti della società. Oggi, rispetto a 20, 25 anni fa, la società, e di riflesso la politica con interventi mirati, ha riconosciuto le famiglie monogenitoriali. Ma monogenitorialità significa essenzialmente mamma con figli. C’è molta poca conoscenza, e quindi molto meno intervento, per quel che concerne la monogenitorialità maschile. Il che è oggettivamente strano. Basta leggere i dati dell’Istat per rendersi conto del fatto che, riferiti al 2018, su un milione di nuclei monogenitoriali in Italia, 140 mila hanno come unico genitore il padre. Si tratta di una percentuale superiore al 10%: minoritaria ma comunque rappresentativa. E malgrado questo, per anni c’è stata, da parte dei servizi sociali, un’evidente ritrosia nell’affidare ai padri le funzioni genitoriali. E il motivo era sempre lo stesso: non sussistevano i presupposti per progettualità mirate. Un errore marchiano di valutazione, figlio di un preconcetto antico che vuole la sola madre come base sicura nella crescita del bambino. Va detto d’altro canto che siamo stati bene appoggiati a livello locale, con la Regione Piemonte che è stata pioneristica rispetto alle politiche di intervento alla genitorialità fragile. Già nel 2012, con la Deliberazione di Giunta 25-5078 del 18 dicembre, ha proposto progettualità di genitorialità non solo limitate alla presenza materna. E in quel provvedimento c’è un passaggio per noi cruciale: quello in cui si decide di non parlare più di comunità mamma – bambino ma di comunità genitore – bambino in quanto “Storicamente, nella realtà regionale, sono state finora attivate esclusivamente comunità rivolte all’accoglienza di nuclei madre – bambino: la realtà attuale ha messo in evidenza la necessità di attivare risposte di accoglienza anche per padri con bambini, pertanto la comunità genitore – bambino si identifica per l’accoglienza di nuclei famigliari caratterizzati dalla presenza di gestanti e madri oppure esclusivamente dalla presenza di padri con uno o più figli minori”.

Riesci a tracciare un bilancio del primo anno di attività? 
Il progetto è nato a gennaio e sin da subito ci sono arrivate richieste da ogni parte d’Italia. Il che ci conferma la bontà e soprattutto l’urgenza di un servizio così. Tuttavia, la delicatezza di questo tipo di lavoro richiede la presenza di una rete che invece spesso viene meno, specie con i servizi sociali competenti. Un bilancio vero e proprio quindi è prematuro. Mentre c’è un obiettivo da fissare: quello di colmare la distanza tra soggetti, pubblici o privati che siano. Il mondo sta lanciando dei messaggi complessi di fragilità. E a noi sta fare il possibile per dare risposte in termini di credibilità.

Adeguamento statuti: che cosa bisogna fare e a quali costi

Con il Decreto Crescita è stato prorogato dal 3 agosto 2019 al 30 giugno 2020 il termine per l'adeguamento degli statuti previsto dal Codice del terzo settore. Un adempimento che riguarda esclusivamente le organizzazioni già iscritte nei registri delle Associazioni di promozione sociale, delle Organizzazioni di volontariato e delle Organizzazioni non lucrative di utilità sociale.

Ma cosa bisogna fare concretamente per adeguare il proprio statuto? E quali sono i costi che le associazioni sono chiamate a sostenere?

Un'utile scheda a cura del Progetto Assieme – qui sotto in allegato - fornisce tutte le indicazioni pratiche.

Cassazione: vendere cannabis è sempre reato

Vendere cannabis è sempre reato, anche se «light» e la percentuale di principio «drogante» è al di sotto dello 0,6%. la Corte di cassazione ha depositato le motivazioni con la quale lo scorso 30 maggio aveva stabilito i limiti entro i quali posso lavorare i negozi di prodotti derivati dalla cannabis. Via dagli scaffali, dunque, olio, resina o infiorescenze di marijuana, sì soltanto ad altri derivati come cosmetici o prodotti alimentari.

I prodotti sempre vietati

A maggio la sentenza dei supremi giudici aveva stabilito che il commercio della cannabis e dei suoi derivati è consentito a meno che i prodotti abbiano «effetto drogante». Il dispositivo non chiariva cosa fosse di preciso questo concetto e d è stato necessario attendere le motivazioni. Che hanno chiarito quanto segue: è proibita sempre la cessione di marijuana, anche nei negozi autorizzati sotto forma di infiorescenze, resine, olio; questo indipendentemente dal contenuto di principio attivo (che secondo la legge del 2016 è pari allo 0,6%).

Se il reato è tenue, niente condanna             

Su come debbano essere sanzionate le violazioni, tuttavia, la cassazione apre uno spazio di discrezionalità. «Occorre verificare l’idoneità in concreto a produrre un effetto drogante» dice la sentenza emessa a sezioni unite. Questo significa che il fatto è particolarmente tenue, viene meno anche la sua punibilità. La valutazione, caso per caso, sarà affidata al giudice. Questo criterio potrebbe tradursi in un «salvacondotto» per i titolari di molti shop di cannabis light.

La norma per i coltivatori

La sentenza mette dei punti fermi anche a riguardo della coltivazione e lavorazione della canapa. «La coltivazione - è scritto nelle motivazioni - è consentita senza necessità di autorizzazione ma possono essere ottenuti esclusivamente prodotti tassativamente elencati dalla legge: possono ricavarsi alimenti, fibre e carburanti ma non hashish e marijuana». La Cassazione richiama la disciplina europea, dalla quale quest’ultima legge deriva, che - precisa - riguarda il solo ambito «agroindustriale». Pertanto la coltivazione «connessa e funzionale alla produzione di sostanze stupefacenti, rientra certamente tra le condotte che gli Stati membri sono chiamati a reprimere».

Malati di aids trattati come appestati. La denuncia del Cica: quanto accaduto sul litorale di Bari non è un fatto isolato

Si sono sentiti dire: no, voi non potete entrare. Una triste vicenda quella accaduta alcuni giorni fa sul litorale adriatico barese dove - come hanno denunciato diverse testate giornalistiche - una stazione balneare si è rifiutata di accogliere gli ospiti della comunità per malati di aids "Casa Raggio di Sole" di Bitonto. Sull'accaduto il Cica, il Coordinamento Italiano Case Alloggio per persone con HIV/AIDS che  raggruppa una cinquantina di enti che accolgono cica 600 persone con HIV/AIDS (fra cui anche casa "Don Venturini"), ha diffuso un comunicato che pubblichiamo di seguito:

"Il Coordinamento Italiano delle Case Alloggio per persone con HIV/AIDS (C.I.C.A.), a cui aderisce anche la Fondazione Opera Santi Medici Cosma e Damiano di Bitonto titolare della casa nata nel 1999, esprime la propria indignazione per tale episodio che, purtroppo, non è isolato. Situazioni come questa ci ricordano il clima che accompagnò la nascita delle prime case - sorte verso la fine degli anni '80 per accogliere le persone più fragili e sole tra quelle colpite dalla malattia - caratterizzato da stigma e pregiudizi che, in alcuni casi, scatenarono la reazione dei quartieri in cui le strutture si trovavano e che, più in generale, portavano a frequenti episodi di emarginazione di quanti rappresentavano il “prototipo” del malato di AIDS, omosessuali e tossicodipendenti, anche solo perché sospettati di avere l’HIV e considerati potenziali “untori” di quella che venne infelicemente definita la “peste del 2000”. Continuiamo ad essere testimoni di situazioni di questo genere. Talvolta, qualche episodio viene raccontato dai media, come quello dei dentisti o dei parrucchieri che si rifiutano di prendersi cura di persone che dichiarano di avere l’HIV. Chi ne è vittima di solito non ne parla per non essere individuato. Purtroppo, siamo abituati a leggere notizie riguardo ad HIV/AIDS quasi esclusivamente in occasione di episodi di cronaca che consentono di alimentare la “rassicurante” logica dell’untore (e del capro espiatorio), “sbattendo il mostro” in prima pagina, o con reportage che permettono di collocare i comportamenti a rischio in zone “oscure” dei comportamenti umani, da cui prendere le distanze: i recenti casi degli “untori” di Roma e di Ancona, i servizi su fenomeni di ricerca deliberata del rischio in situazione estreme o il timore per i vestiti raccolti sulle navi che trasportano i migranti considerati potenzialmente contaminati e infettivi.

"Meglio continuare a pensare che l’HIV sia questione di comportamenti deplorevoli, possibilmente criminali (con relative vittime), comunque stigmatizzabili che lasciarsi interrogare sui propri “normalissimi” comportamenti a rischio nella sfera sessuale ed affettiva. Più comodo pensare che sia necessario allontanare persone con l’HIV da luoghi pubblici, piscine e stazioni balneari che informarsi e capire. 

"Eppure, ogni anno nel nostro paese più di 3.500 persone scoprono di essersi infettate, la gran parte per via sessuale, con la maggior incidenza nei giovani tra i 25 e i 29 anni. Si stima che il numero totale di persone viventi con HIV/AIDS superi i 130.000 casi, di questi almeno 15.000 non sono consapevole dell’infezione poiché non hanno mai fatto il test. Per il ritardo nella diagnosi o per la scarsa adesione terapeutica ci si ammala ancora di AIDS e si muore, nonostante la ricerca medica abbia fatto passi da gigante e l’HIV sia diventata una patologia cronica, ben gestibile attraverso farmaci molto efficaci che garantiscono una buona qualità di vita e che, se assunti e monitorati correttamente, annullano la possibilità di trasmettere l’infezione ad altre persone. Usando lo slogan coniato dallo statunitense Bruce Richman: “U=U”, Undetectable equals Untrasmittable. In italiano si dice “non rilevabile = non trasmissibile”: i farmaci a disposizione bloccano la replicazione e quindi la trasmissibilità del virus. È tempo di dare una svolta all’approccio a questa tematica e ci auspichiamo che anche i mezzi di informazione facciano la loro parte. L'aids non è contagiosa, è contagioso l'HIV non controllato dalle terapie ed ancora di più l'ignoranza che nutre paure e pregiudizio, chi ignora di avere l'HIV e chi ignora come viene trasmesso è pericoloso per sé e per gli altri. Mentre chi ha l’HIV e si cura no".

Il Direttivo del Cica

 

Terzo Settore: 1 ragazzo su 3 non sa l'italiano, viene meno il pensiero critico

“Un ragazzo su tre non capisce l’italiano? Non è da adesso che i test Invalsi indicano questo problema che fa scandalo e notizia per qualche giorno, senza che però poi vengano presi provvedimenti seri per risolverlo. E la questione è grave perché è in gioco la democrazia“. Così Vanessa Pallucchi, responsabile della Consulta Educazione e Scuola del Forum nazionale del Terzo Settore, commenta i risultati dei test Invalsi per i ragazzi della terza media.

“Il dato drammatico che emerge al termine delle scuole medie lo ritroviamo poi alle superiori, ma da anni ormai sappiamo che l’Italia assiste a un prepotente analfabetismo funzionale degli adulti che non sono in grado di comprendere il significato di un testo mediamente complesso: questo è un problema di democrazia perché questi adulti sono cittadini ed elettori. La gente non è ignorante, il problema è che non le vengono offerti gli strumenti formativi necessari ad esercitare il pensiero critico, che poi si esprime attraverso un uso consapevole del linguaggio: non si tratta di un aspetto ‘tecnico’ ma degli strumenti che servono per sperimentare il senso di appartenenza ad una comunità e i fondamentali diritti democratici“.

I ragazzi di oggi sono gli adulti di domani e quindi il tema dell’analfabetismo funzionale, secondo Pallucchi, va affrontato di petto: “Abbiamo bisogno di insegnanti e di educatori capaci di orientare i nostri giovani ad un utilizzo creativo di tutti gli strumenti oggi presenti, quelli del passato del presente e ovviamente del futuro, che siano in grado di far entrare nel mondo dell’innovazione tecnologica con immediatezza ma al tempo stesso con senso di responsabilità e consapevolezza. Tutti coloro che hanno un ruolo di educatori – dalla famiglia alla scuola – comprendano l’importanza della lingua come diritto civico e democratico e agiscano di conseguenza. Che tornino i temi alle scuole medie, che torni la riflessione sui testi fra i banchi di scuola, che si stimoli la formazione del pensiero critico, che tornino la lettura e il racconto“ conclude Pallucchi.

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