Il 7% dei bambini in carico ai Servizi Sociali (dato in diminuzione)

I Servizi sociali sono titolari delle funzioni pubbliche di protezione e tutela delle persone di minore età e intervengono nelle situazioni di disagio familiare e di abbandono, lavorando affinché bambini e ragazzi possano crescere il più possibile all'interno della propria famiglia d’origine.

All'interno di questo report di sintesi sono riportati gli interventi che i Servizi sociali dell'Emilia-Romagna hanno svolto nel corso degli ultimi anni, con un aggiornamento al 31 dicembre 2018, così come rilevati attraverso il sistema informativo Sisam-Minori.

Questi i principali dati:

Bambini e ragazzi in carico ai Servizi sociali territoriali

Al 31 dicembre 2018 sono 54.116 i bambini ed i ragazzi in carico ai servizi sociali territoriali dedicati all'assistenza e alla tutela d’infanzia e adolescenza in Emilia-Romagna, pari a 7,7 ogni 100 minorenni residenti. Questo tasso di prevalenza, negli ultimi otto anni ricompreso tra il 7,5 e l’8%, registra una diminuzione del -0,3% nell'ultimo anno, in corrispondenza anche di una flessione della popolazione minorenne residente.

In riferimento ai dati provinciali è bene ricordare che in alcuni territori sono registrati tutti i minori in carico ai servizi sociali, compresi i nuclei familiari con minori a cui vengono erogati solo contributi ad integrazione al reddito.

Bambini e ragazzi in affidamento familiare ed accolti in comunità

Al 31 dicembre 2018, il numero complessivo dei bambini e dei ragazzi in affidamento familiare ed inseriti in comunità senza madre è pari a 2.879. Il fenomeno, di cui si riscontra una diminuzione nel 2018 (-3,1% rispetto all'anno precedente), presenta comunque tassi sostanzialmente stabili e comprende anche la componente dei minori stranieri non accompagnati (MSNA). In particolare, nel 2018, si sono registrati 1.389 affidamenti (Tempo pieno e Part-Time) e 1.490 inserimenti in comunità. Rispetto all'anno precedente, il dato degli affidamenti è in discreta diminuzione, mentre quello degli inserimenti in comunità è in lieve aumento.

Al 31 dicembre 2018, del totale dei 1.389 bambini e i ragazzi in affidamento, poco meno della metà (678) è in affidamento giudiziale a tempo pieno. Gli affidamenti a tempo pieno sono 1.122, quelli part-time ammontano a 267. Il tasso di bambini e ragazzi in affidamento familiare è pari al 2 per mille.

Alla stessa data, per i 1.490 bambini e ragazzi inseriti in comunità senza la madre, la collocazione residenziale più frequente è stata la comunità educativa. Il tasso di bambini e ragazzi inseriti in comunità senza madre è pari al 2,1 per mille.

Tra le comunità con la madre, quella più utilizzata è la tipologia di casa/comunità per gestanti o per madri con bambino.

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Riapertura centri estivi, la Regione detta le regole

Approvato il protocollo regionale per la riapertura in sicurezza, già da lunedì 8 giugno, dei Centri estivi dell’Emilia-Romagna destinati ai bambini e ragazzi tra i 3 e i 17 anni. La Regione ha dato il via libera al documento che nei prossimi giorni verrà recepito da un’ordinanza del presidente Stefano Bonaccini. Filo conduttore comune delle regole e dei requisiti messi a punto, garantire la massima tutela della sicurezza e della salute di bambini, ragazzi, educatori e familiari.

Fra le principali misure previste e da adottare: attività da svolgersi preferibilmente all’aperto, bambini e adolescenti organizzati in piccoli gruppi e seguiti sempre dagli stessi educatori senza mescolanze tra gruppi, entrate e uscite scaglionate, triage all’ingresso, attenzione ai contatti, pulizia e disinfezione costante degli ambienti e dei materiali.

Le novità introdotte

Il protocollo definito dal tavolo regionale introduce alcune regole per i gestori e indicazioni precise per le famiglie, subentrando all’attuale direttiva regionale sui Centri estivi.

I genitori dovranno portare i figli ai centri con orari differenziati: gli ingressi saranno scaglionati per evitare l’affollamento. I punti di accoglienza dovranno essere all’esterno dell’area o della struttura, per evitare l’ingresso degli adulti nei luoghi dove si svolgono le attività. Il triage prevede che venga chiesto all’accompagnatore se il bambino ha avuto febbre, tosse, difficoltà respiratoria, ma non è richiesto il certificato medico per la frequenza del centro estivo.

Prima dell’accesso all’area è possibile effettuare il controllo della temperatura, sia per gli educatori che per i bambini, per i quali dovrà ancheessere prevista la possibilità di lavarsi le mani con acqua e sapone o gel igienizzante, procedura obbligatoria in ingresso e in uscita. Tutti gli operatori, e i bambini, dovranno indossare la mascherina. Il protocollo prevede misure specifiche per il corretto svolgimento di attività motorie e sportive.

L’organizzazione dei gruppi

L’accesso alle attività sarà per piccoli gruppi di età omogenea, con un rapporto numerico minimo fra operatori, bambini e adolescenti diverso in relazione all’età dei partecipanti: per i bambini  tra 3 e 5 anni, ci sarà un adulto ogni cinque; per i bambini in età di scuola primaria (6-11 anni) un adulto ogni sette; infine, per gli adolescenti in età di scuola secondaria (12 -17 anni), il rapporto sarà di un adulto ogni dieci ragazzi.

Nei centri estivi è richiesta la presenza di un responsabile con ruolo di coordinatore in possesso di una formazione specifica in uno dei seguenti ambiti: educativo, formativo, pedagogico, psicologico, sociale, artistico, umanistico, linguistico, ambientale, sportivo. Gli operatori dovranno essere in possesso del diploma di scuola secondaria di secondo grado o di titolo anche di laurea, anche triennale, preferibilmente a specifico indirizzo socio-educativo con funzione di educatore. È consentito il coinvolgimento di volontari (di almeno 16 anni), opportunamente formati, che operano sotto la supervisione del responsabile del Centro ma non concorrono alla determinazione del rapporto numerico del gruppo.

È inoltre possibile prevedere che enti gestori e famiglie condividano un patto di responsabilità reciproca in cui dichiarino di essere informati e consapevoli dei possibili rischi di contagio da virus COVID-19 derivanti dalla frequenza dei luoghi di attività, e delle misure di precauzione e sicurezza indicate.

Per quanto riguarda lo svolgimento delle attività, sono consigliate quelle all’aria aperta per garantire il necessario distanziamento fisico, e una adeguata areazione degli ambienti chiusi, tenendo aperte le finestre. Sarà necessario individuare una pluralità di spazi, con un’attenta valutazione dell’adeguatezza dal punto di vista della sicurezza, utilizzando le potenzialità di accoglienza di spazi per l’infanzia e delle scuole o altri ambienti similari come ludoteche, centri per famiglie, oratori, fattorie didattiche, colonie estive, spazi di aggregazione, ecc.

Il documento contiene inoltre indicazioni inerenti lo svolgimento in sicurezza dell’esercizio fisico, e più specificatamente dei giochi motori per i bambini tra 3 e 11 anni.

Tutte le aree frequentate dai bambini e le attrezzature dovranno essere adeguatamente igienizzate, così come si dovrà porre particolare attenzione, durante i pasti, a non far condividere posate e bicchieri da parte di più bambini. Naturalmente non si potranno organizzare feste di fine corso nei centri estivi, ma le attività dei bambini potranno essere documentate con video da consegnare alle famiglie.

“Povertà educativa una piaga, alleanza Stato-Terzo Settore-Fondazioni-imprenditori”

La povertà educativa è una piaga sociale con la quale conviviamo da sempre, inaccettabile per un Paese civile, perché nega il futuro ai nostri bambini. E’ quanto afferma Giuseppe Guzzetti riprendendo le considerazioni espresse da Ferruccio de Bortoli in un articolo apparso sul “Corriere della Sera”, pagine su cui ora l’ex senatore e presidente della Regione Lombardia interviene con altre riflessioni,

Guzzetti afferma che la povertà educativa infantile provoca un’altra piaga, cioè quella dei giovani “che non studiano più, che non lavorano e che il lavoro neppure lo cercano perché sono privi di un minimo bagaglio educativo”. Secondo dati Istat i bambini in povertà educativa prima della pandemia erano 1.200.000, numero che in questi mesi è aumentato di un milione. Da qui la condivisione della proposta di de Bortoli di un coinvolgimento “dei grandi imprenditori italiani a condividere un progetto a favore della crescita del capitale umano del proprio Paese”.

“La Fondazione Cariplo – continua - sta attuando un programma triennale di 25 milioni di euro, co-finanziato con alcuni enti privati (Intesa Sanpaolo Spa, Fondazione Vismara, Fondazione Fiera di Milano) e una raccolta tramite un bando pubblico. Nel triennio questa povertà dovrà essere estirpata. Nel 2015 l’Acri, Associazione delle Fondazioni di origine bancaria, ha raggiunto un accordo con il governo, concretizzato nella legge di stabilità 2015, che ha disposto la costituzione di un Fondo alimentato da un credito di imposta sugli utili delle Fondazioni e da risorse conferite direttamente dalle stesse per un importo complessivo nel triennio 2016- 2017-2018 di 360 milioni”.

Guzzetti sottolinea che tale Fondo – che con minori risorse, per la riduzione del credito di imposta da parte del governo, è stato replicato per il triennio 2019-2020-2021 - potrebbe bene integrarsi con la proposta di de Bortoli”. L’utilizzo del Fondo è definito da un Comitato di indirizzo strategico, presieduto da un delegato del Presidente del Consiglio dei ministri e tre delegati in rappresentanza dei ministeri competenti (Mef, Istruzione, Affari Sociali), di cui fanno parte anche rappresentanti del Terzo settore.

“L’attuazione – prosegue l’intervento – è stata affidata alla Fondazione Con il Sud, fondata nel 2005 da Acri e Terzo settore”. Terzo settore e parte pubblica propongono e realizzano il programma. In meno di quattro anni sono stati approvati 375 progetti, impegnati 228 milioni, coinvolte oltre 600 organizzazioni, per oltre il 90 per cento del Terzo settore. “Il dato che conta – dice - è che sono stati tolti dalla povertà educativa oltre 450 minori in tutte le regioni di Italia. La novità di questa esperienza è che lo Stato ha deciso di fare un passo di lato, rinunciando alla gestione degli interventi, ma mantenendo un ruolo di orientamento strategico con Acri e Terzo settore e di controllo dei risultati conseguiti. In questo intervento tutto è pubblico: dalle scelte strategiche alle procedure di evidenza pubblica per la selezione dei progetti, alla trasparenza della comunicazione degli esiti dei bandi e delle valutazioni, dalla assunzione del personale alla scelta dei fornitori. Tutto ha una logica e una dimensione pubblica, ma senza i vincoli della burocrazia pubblica”.

Auspicando che al tavolo al quale fin qui si sono seduti governo, fondazioni, Terzo settore, si siedano anche gli imprenditori italiani, Guzzetti considera indispensabile la collaborazione tra pubblico (Stato), privato sociale (Fondazioni più Terzo settore), mercato (imprenditori) “per affrontare l’enorme domanda sociale che sarà presente nel nostro Paese”, domanda a cui “lo Stato, da solo, non sarà in grado di far fronte né potrà continuare ad indebitarsi”. “E’ tempo di ricordarsi – conclude - che le democrazie liberali occidentali nelle loro Costituzioni hanno fissato tre pilastri per una democrazia sana e forte: Stato, Mercato, Comunità/Privato sociale”.

FICT: in tempi di covid le nostre comunità modello da proporre

Il profluvio di notizie legate alla pandemia del Covid, spesso contraddittorie, che hanno allagato la mente di tutti, ha confuso anche le “sentinelle” della società (filosofi, sociologi e intellettuali) che francamente in questo momento ci sembrano assopite.
Lo shock legato all’imponente numero di decessi nelle R. S. A. a causa del Covid-19 non è servito ad un ripensamento sui valori che orientano le scelte operative in campo sociale, ma soltanto a mobilitare la magistratura che, anche se lodevolmente, non potrà far altro che perseguire le azioni inadeguate o sbagliate di esecutori di strategie che discendono in realtà da scelte di mera economia politica.
Per troppe settimane tutti sono stati presi solo dall’urgenza di accogliere e tentare di salvare solo coloro che fortunatamente e fortunosamente venivano trasportati negli ospedali o riuscivano a trascinarsi sin lì. Ma, anche tra questi, la maggior parte, se non aveva sintomi evidentissimi, veniva rimandata indietro… Tanti invece, atterriti dalle immagini dei malati intubati, rimanevano chiusi nelle loro case, scegliendo una morte umana, piuttosto che essere uno dei tanti corpi ammassati nelle strutture ospedaliere.
Molti quindi hanno preferito rinunciare alla speranza di una guarigione pur di mantenere un rapporto di vicinanza umana con i propri affetti. Hanno vissuto la malattia e spesso anche la morte in silenzio. La scelta di autoisolarsi li ha persino esclusi dalla macabra contabilità dei decessi.

E, come tutte queste persone isolate nelle loro abitazioni, così anche le strutture per soggetti che vengono definiti deboli, inadeguati, improduttivi per la società, le strutture cioè che accolgono gli “esseri in fuga,” i tossicodipendenti, i malati psichiatrici, gli scarti, sono rimaste invisibili. Periferie troppo lontane dai riflettori. In realtà le Comunità Terapeutiche sono state ignorate dalle strategie nazionali, dimenticate.
Ma per fortuna in queste strutture, sostenute ed animate da psicologi, pedagogisti ed educatori, si è capito subito che non bastava limitarsi a fare delle richieste ad Autorità Superiori, ma bisognava rimboccarsi le maniche ed operare autonomamente delle scelte per salvaguardare i propri ragazzi. L’isolamento è stato qui scelto prim’ancora che baluginasse alla mente degli esperti nazionali.
È stato difficile e pesante per molti ragazzi rinunciare a vedere ed abbracciare i propri figli, le proprie mogli, le madri. In parecchie centinaia di Comunità Terapeutiche italiane non si sono registrati moltissimi casi di positività al Covid-19 e non perché, come dice qualcuno, i tossicodipendenti sono immuni al Coronavirus: al contrario l’uso di droghe abbassa le difese immunitarie, non le rafforza! Ci sembra, pertanto, folle e delittuoso veicolare messaggi fuorvianti che possono ingenerare comportamenti aberranti.
Noi riteniamo che l’assenza dei soggetti dipendenti da sostanze di abuso nelle statistiche dei positivi sia legato invece all’intelligenza, alla prudenza ed alle ostinate, quotidiane attenzioni che gli Operatori hanno avuto per i loro assistiti. Non ci siamo limitati ad aspettare improbabili risposte alle nostre richieste di strategie adeguate alle persone a noi affidate. Ed abbiamo fatto bene…Tutti abbiamo letto sui giornali di quell’uomo che aveva insistentemente chiesto di effettuare un tampone. Ha finalmente ricevuto la chiamata, una chiamata a cui non ha potuto rispondere però: era morto da oltre un mese!

Ora però, noi, gli Operatori delle Comunità Terapeutiche, nel momento in cui si comincia a profilare la possibilità di una normalizzazione che vede riprendere i contatti con il contesto sociale e familiare, abbiamo ritenuto opportuno cercare con più forza ed avere maggiori garanzie perché le relazioni umane dei nostri giovani avvengano in totale sicurezza.
Non abbiamo ancora avuto risposte alle domande rivolte alla Presidenza del Consiglio, ed al Ministro della Sanità…. E dire che non ci eravamo rivolti a loro solo come semplici, singoli cittadini, ma come responsabili nazionali dell’Intercear, rappresentanti cioè della quasi totalità delle Comunità Terapeutiche italiane, insieme alla Federazione Italiana Comunità Terapeutiche. Ignorati…

Per fortuna però, il nostro lavoro, il lavoro di Operatori di Comunità, ci caratterizza come persone che portano speranza a coloro che sono disperati, persone che parlano di futuro a quelli che sono nauseati ed atterriti dalla vita; siamo persone abituate a camminare a braccio di quanti si trascinano nell’inferno freddo dell’afasia dei sentimenti. Siamo abituati a vivere accanto a chi è ossessionato dalla morte. La nostra storia, il nostro lungo e faticoso cammino ci ha resi forti. E, come e più di prima, abbiamo testimoniato questa forza.
Pensiamo di essere stati all’altezza dell’impegno a cui siamo stati chiamati: da gennaio fino ad oggi la maggior parte dei nostri ragazzi non ha interrotto il programma terapeutico nelle nostre Comunità.

E poi, noi, operatori del sociale, se non siamo ricchi di risorse economiche, possediamo spirito di inventiva e capacità relazionali che ci consentono di tessere rapporti umani anche attraverso ed oltre i muri e le rigide strutture della burocrazia.
E così le nostre proposte su come organizzare la vita delle comunità terapeutiche in tempo di coronavirus, se non sono state recepite dai vertici del Governo e della Sanità, sono state però valutate ed apprezzate da molti responsabili locali di diversi Dipartimenti per le Dipendenze patologiche, diventando un modello da proporre e diffondere.
Non abbiamo chiesto, ma, per primi, abbiamo dato.

E forse è per questo che abbiamo anche ottenuto quello che era giusto e logico, ma che però molti non sono riusciti ad avere. Finalmente, venerdì, 8 maggio una delegazione dell’A.S.P. PA 6 è arrivata nella Comunità Terapeutica Casa dei Giovani di Bagheria. Chiusi nella loro tute spaziali, ma gentili e professionali, in poco più di 90 minuti hanno effettuato i famosi tamponi a ben 35 persone, ospiti ed operatori della Comunità. Una cosa questa che può apparire normale e scontata ma che per noi è stata una conquista eccezionale, una svolta.
I ragazzi avevano sentito in televisione che nelle residenze per anziani, ma anche in altre strutture che assistono giovani con problematiche neurologiche e psichiche, il virus era dilagato ed aveva devastato portando morte. E così per oltre tre mesi i ragazzi delle Comunità sono stati con l’animo sospeso, angosciati, continuando, nonostante tutto, a portare avanti i laboratori, la terapia, ma con l’amarezza di costatare che tra quella pletora di esperti che pontificavano dagli schermi nessuno aveva avuto un pensiero, una parola per loro.
Eppure tutti sapevano che i tossicodipendenti sono persone fragili, che sono immunodepressi…Ignorati!!

Casa dei Giovani
Padre Salvatore Lo Bue, Presidente

Intercear – Rete dei Coordinamenti Regionali degli Enti Accreditati per le dipendenze
Biagio Sciortino, Presidente Nazionale

FICT – Federazione Italiana Comunità Terapeutiche
Luciano Squillaci, Presidente Nazionale


 

 

Decreto Rilancio, ecco che cosa prevede per il Terzo Settore

Nei 256 articoli che scorrono lungo le 464 pagine del decreto Rilancio, la dicitura “Terzo settore” compare nei seguenti articoli:

  • Art 31 (Credito d’imposta per i canoni di locazione degli immobili a uso non abitativo, affitto d’azienda e cessione del credito), comma 4: “Il credito d'imposta di cui al comma 1 spetta anche agli enti non commerciali, compresi gli enti del terzo settore e gli enti religiosi civilmente riconosciuti, in relazione al canone di locazione, di leasing o di concessione di immobili ad uso non abitativo destinati allo svolgimento dell’attività istituzionale”.
  • Art 80 (Modifiche all’articolo 43 in materia di contributi per la sicurezza e il potenziamento dei presidi sanitari in favore di enti del Terzo settore). Viene modificato l’articolo 43 del Cura Italia in materia di contributi per la sicurezza e il potenziamento dei presidi sanitari estendendo la disciplina anche in favore di enti del terzo settore. 
  • Art 106 (Disposizioni in materia di Terzo settore): come richiesto a gran voce da Vita e da tutto ol non profit italiano vengono finalmente estese in favore degli enti non commerciali, compresi gli enti del terzo settore e gli enti religiosi civilmente riconosciuti che svolgono attività di interesse generale non in regime d’impresa, le misure temporanee per il sostegno alla liquidità di cui all’articolo 1, del decreto- legge Liquidità, n. 23 (8 aprile del 2020).
  • Art 107 (Incremento Fondo Terzo settore). Previsto un incremento di 100 milioni di euro della prima sezione del Fondo Terzo settore, ex articolo 72 del d.lgs. n.117 del 2017, al fine di sostenere interventi delle organizzazioni di volontariato, delle associazioni di promozione sociale e delle fondazioni del Terzo settore, volti a fronteggiare le emergenze sociali ed assistenziali determinate dall’epidemia di COVID -19.
  • Art 128 bis (Credito d'imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro). Comma 1: “Al fine di sostenere ed incentivare l'adozione di misure legate alla necessità di adeguare i processi produttivi e gli ambienti di lavoro, ai soggetti esercenti attività d'impresa, arte o professione in luoghi aperti al pubblico [indicati nell’allegato], [alle associazioni, alle fondazioni e agli altri enti privati, compresi gli enti del Terzo del settore,] è riconosciuto un credito d'imposta in misura pari al 60 per cento delle spese sostenute nel 2020, per un massimo di 80.000 euro, in relazione agli interventi necessari per far rispettare le prescrizioni sanitarie e le misure di contenimento contro la diffusione del virus COVID-19”.
  • Art 130 ter (Modifiche all’articolo 64 in materia di credito di imposta per le spese di sanificazione degli ambienti di lavoro in favore degli enti del terzo settore). Reca modifiche all’art 64 del Cura Italia estendendo il credito di imposta per le spese di sanificazione degli ambienti di lavoro in favore degli enti del terzo settore.
  • Art 130 quater (Credito d'imposta per la sanificazione degli ambienti di lavoro): “Al fine di favorire l'adozione di misure dirette a contenere e contrastare la diffusione del virus Covid-19, ai soggetti esercenti arti e professioni, agli enti non commerciali, compresi gli enti del Terzo del settore e gli enti religiosi civilmente riconosciuti, spetta un credito d'imposta in misura pari al 60 per cento delle spese sostenute nel 2020 per la sanificazione degli ambienti e degli strumenti utilizzati, nonché per l'acquisto di dispositivi di protezione individuale e di altri dispositivi atti a garantire la salute dei lavoratori e degli utenti. Il credito d’imposta spetta fino ad un massimo di 60.000 euro per ciascun beneficiario, nel limite complessivo di 200 milioni di euro per l’anno 2020”.
  • Art 167 (Accelerazione delle procedure di riparto del cinque per mille per l’esercizio finanziario 2019). Viene recepita la campagna di Vita a favore dell’anticipo della liquidazione del 5 per mille 2019. Dice la relazione illustrativa: “Al fine di far fronte alle difficoltà rilevate dagli enti del terzo settore che svolgono attività di rilevante interesse sociale e all’imminente esigenza di liquidità evidenziata a seguito dell’emergenza sanitaria Covid-19, la norma proposta anticipa al 2020 l’erogazione del contributo del cinque per mille relativo all’anno finanziario 2019. A tal fine la disposizione accelera le procedure di erogazione del contributo, stabilendo che nella ripartizione dello stesso non si tiene conto delle dichiarazioni dei redditi presentate ai sensi dell'articolo 2, commi 7 e 8, del regolamento di cui al DPR n. 322 del 1998. Conseguentemente l’Agenzia delle entrate provvede alla pubblicazione sul proprio sito istituzionale degli elenchi degli enti ammessi e di quelli esclusi dal beneficio entro il 31 luglio 2020 e le amministrazioni competenti (Ministero del lavoro e delle politiche, Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, Ministero della salute, Ministero dell’interno, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo, Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare) procedono alla erogazione del contributo entro il successivo 31 ottobre”.
  • Art 236 (Sostegno al Terzo settore nelle Regioni del Mezzogiorno). La norma prevede la concessione di un contributo in favore degli Enti operanti nel Terzo Settore nelle Regioni del Mezzogiorno, allo scopo di fronteggiare gli effetti dell’emergenza Covid-19. Lo stanziamento complessivo per la misura, a valere sul Fondo per lo sviluppo e la coesione, è pari ad euro 120 milioni per l’anno 2020, di cui 20 milioni riservati ad interventi per il contrasto alla povertà educativa. La norma individua quale soggetto attuatore della misura l’Agenzia per la Coesione territoriale. A tal fine, l’Agenzia per la Coesione territoriale provvederà ad indire uno o più avvisi pubblici finalizzati all’assegnazione di un contributo a fondo perduto agli Enti del Terzo settore operanti nelle aree di attività di interesse generale richiamate nel comma 3, nel rispetto dei principi di trasparenza e parità di trattamento. L’Agenzia per la Coesione territoriale provvede a definire le finalità degli interventi da finanziare, le categorie di enti a cui sono rivolti, i requisiti di accesso al contributo, nonché i costi ammissibili e le percentuali di copertura tramite il contributo.
     

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