Immigrazione e sicurezza, che cosa prevede il decreto

Il 24 settembre il consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il cosiddetto decreto Salvini su immigrazione e sicurezza. Il decreto si compone di tre titoli: il primo si occupa di riforma del diritto d’asilo e della cittadinanza, il secondo di sicurezza pubblica, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata; e l’ultimo di amministrazione e gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia.

Nei giorni precedenti all’approvazione si erano diffuse delle voci su possibili dissidi tra i due partiti di maggioranza, Lega e Movimento 5 stelle, ma il ministro dell’interno Matteo Salvini durante la conferenza stampa a palazzo Chigi ha voluto sottolineare che i cinquestelle hanno approvato senza riserve il suo progetto di riforma.

All’inizio i decreti avrebbero dovuto essere due: il primo sull’immigrazione e il secondo sulla sicurezza e sui beni confiscati alle mafie, poi nel corso dell’ultima settimana sono state fatte delle “limature” e i due decreti sono stati accorpati in un unico provvedimento. Il decreto dovrà ora essere inviato al presidente della repubblica Sergio Mattarella che a sua volta deve autorizzare che la norma sia presentata alle camere. Ecco in sintesi cosa prevede.

Abolizione della protezione umanitaria. Il primo articolo contiene nuove disposizioni in materia della concessione dell’asilo e prevede di fatto l’abrogazione della protezione per motivi umanitari che era prevista dal Testo unico sull’immigrazione. Oggi la legge prevede che la questura conceda un permesso di soggiorno ai cittadini stranieri che presentano “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”, oppure alle persone che fuggono da emergenze come conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in paesi non appartenenti all’Unione europea.

La protezione umanitaria può essere riconosciuta anche a cittadini stranieri che non è possibile espellere perché potrebbero essere oggetto di persecuzione nel loro paese (articolo 19 della legge sull’immigrazione) o in caso siano vittime di sfruttamento lavorativo o di tratta. In questi casi il permesso ha caratteristiche differenti. La durata è variabile da sei mesi a due anni ed è rinnovabile. Questa tutela è stata introdotta in Italia nel 1998.

Nel 2017 in Italia sono state presentate 130mila domande di protezione internazionale: il 52 per cento delle richieste è stato respinto, nel 25 per cento dei casi è stata concessa la protezione umanitaria, all’8 per cento delle persone è stato riconosciuto lo status di rifugiato, un altro 8 per cento ha ottenuto la protezione sussidiaria, il restante 7 per cento ha ottenuto altri tipi di protezione. Come sottolinea il ricercatore Matteo Villa dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), dal gennaio del 2018 le richieste di asilo in Italia stanno dimuinuendo.

Con il decreto Salvini questo tipo di permesso di soggiorno non potrà più essere concesso dalle questure e dalle commissioni territoriali, né dai tribunali in seguito a un ricorso per un diniego. Sarà introdotto, invece, un permesso di soggiorno per alcuni “casi speciali”, cioè per alcune categorie di persone: vittime di violenza domestica o grave sfruttamento lavorativo, per chi ha bisogno di cure mediche perché si trova in uno stato di salute gravemente compromesso o per chi proviene da un paese che si trova in una situazione di “contingente ed eccezionale calamità”. È previsto infine un permesso di soggiorno per chi si sarà distinto per “atti di particolare valore civile”.

Estensione del trattenimento nei Cpr. Ora gli stranieri che sono trattenuti nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), ex Cie, in attesa di essere rimpatriati possono essere trattenuti al massimo per 90 giorni. Con il decreto Salvini (articolo 2) il limite si sposta fino a un massimo di 180 giorni.

Trattenimento dei richiedenti asilo e degli irregolari ai valichi di frontiera. L’articolo 3 del decreto prevede che i richiedenti asilo possano essere trattenuti per un periodo di al massimo trenta giorni nei cosiddetti hotspot per accertarne l’identità e la cittadinanza. Il richiedente asilo può essere trattenuto, inoltre, per al massimo 180 giorni all’interno dei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). L’articolo 4, infine, prevede che gli irregolari possano essere trattenuti negli uffici di frontiera, oltre ai Cpr, qualora non ci sia disponibilità di posti nei Cpr e con l’autorizzazione del giudice di pace, su richiesta del questore.

Più fondi per i rimpatri. All’articolo 6 è previsto lo stanziamento di più fondi per i rimpatri: 500mila euro nel 2018, un milione e mezzo di euro nel 2019 e un altro milione e mezzo nel 2020.

Revoca o diniego della protezione internazionale e dello status di rifugiato. Il decreto estende la lista dei reati che comportano la revoca dello status di rifugiato o della protezione sussidiaria: saranno inclusi anche i reati come violenza sessuale, produzione, detenzione e traffico di sostanze stupefacenti, rapina ed estorsione, furto, furto in appartamento, minaccia o violenza a pubblico ufficiale. La domanda potrà inoltre essere sospesa quando il richiedente abbia in corso un procedimento penale per uno dei reati che in caso di condanna definitiva comporterebbe il diniego dell’asilo. Inoltre, se il rifugiato tornerà nel paese d’origine, anche temporaneamente, perderà la protezione internazionale e quella sussidiaria.

Restrizione del sistema di accoglienza. Il Sistema per l’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati (Sprar), il sistema di accoglienza ordinario che è gestito dai comuni italiani, sarà limitato solo a chi è già titolare di protezione internazionale o ai minori stranieri non accompagnati. Sarà quindi ridimensionato e cambierà nome.

Esclusione dal registro anagrafico dei richiedenti asilo. L’articolo 13 del decreto prevede che i richiedenti asilo non si possano iscrivere all’anagrafe e non possano quindi accedere alla residenza.

Riforma della cittadinanza. Il decreto prevede che sia modificata la legge italiana sulla cittadinanza del 1992. La domanda per l’acquisizione della cittadinanza potrà essere rigettata anche se è stata presentata da chi ha sposato un cittadino o una cittadina italiana. Finora le domande per matrimonio non potevano essere rigettate. Il contributo richiesto per la domanda aumenta da 200 a 250 euro, inoltre è prolungato fino a 48 mesi il termine per la concessione della cittadinanza sia per residenza sia per matrimonio. È inoltre introdotta la possibilità di revocare (o negare) la cittadinanza a chi viene condannato in via definitiva per reati legati al terrorismo. La revoca è possibile entro tre anni dalla condanna definitiva, per decreto del presidente della repubblica su proposta del ministro dell’interno.

Braccialetto elettronico. L’articolo 17 del decreto estende le ipotesi di reato che consentono al giudice di adottare il provvedimento di allontanamento dalla casa di famiglia e prevede inoltre l’uso del braccialetto elettronico anche per imputati dei reati di maltrattamento domestico e stalking.

Taser. L’articolo 21 stabilisce che le polizie municipali dei comuni con più di centomila abitanti possono sperimentare l’uso dei taser, cioè di armi a impulsi elettrici.

Estensione dei daspo. I daspo, cioè i divieti di accedere a manifestazioni sportive, saranno estesi anche a chi è indiziato per reati connessi al terrorismo. Il cosiddetto “daspo urbano”, introdotto dal decreto Minniti sulla sicurezza nel 2017, si potrà applicare anche nei presidi sanitari, in aree in cui si stanno svolgendo fiere, mercati e spettacoli pubblici. Infine il blocco stradale tornerà a essere un reato invece che una violazione amministrativa.

Criminalità organizzata e beni confiscati alla mafia. L’ultima parte del decreto contiene disposizioni sul contrasto alla criminalità organizzata e alla gestione dei beni confiscati alla mafia. È rafforzato lo scambio di informazioni tra le diverse amministrazioni interessate al fenomeno della criminalità organizzata. I subappalti sono sanzionati con la reclusione da uno a cinque anni, l’apertura dei cantieri dovrà essere comunicata al prefetto per i controlli antimafia, sarà rafforzato lo scambio di informazioni tra i diversi organi di polizia, la possibilità di nominare commissari antimafia nei comuni in cui sono emerse irregolarità, inasprimento delle sanzioni (reclusione fino a quattro anni e multa) nei confronti di chi organizza l’occupazione di immobili, possibilità di usare lo strumento di intercettazioni nelle inchieste su chi occupa degli immobili, riorganizzazione dell’agenzia che si occupa della gestione dei beni confiscati dalla mafia.

Annalisa Camilli

giornalista di Internazionale

FICT: gli adulti tornino a svolgere il proprio ruolo di educatori

Luciano Squillaci, presidente della FICT: "Gli adulti tornino a svolgere il proprio ruolo di educatori. ‘Connettiamoci’ alla sfera emotiva dei nostri figli"

È normale che i ragazzi, gli adolescenti, sfidino i propri limiti, che si misurino. È un fatto fisiologico che fa parte della crescita, che ha fatto crescere tutti noi. Ma gli adulti erano presenti, erano lì, così come il mondo era unico: senza distinzioni tra reale e virtuale. La percezione del rischio era immediata, chiara, concreta: si poteva toccare con mano.

Oggi purtroppo l’assenza degli adulti, e, a volte, paradossalmente l’eccessiva protezione, rendono più difficile distinguere il rischio reale da quello virtuale.

Nei videogiochi, nelle vite parallele, sui social, è facile risorgere: persa una vita, basta riavviare e ce n’è sempre un’altra di riserva. Ma quando il limite virtuale si confonde con quello reale, come drammaticamente successo su quel maledetto tetto del centro commerciale o dietro la porta chiusa della stanza di Igor, allora la tragedia diventa terribilmente concreta. E a volte questa confusione è determinata proprio da noi adulti, che per le nostre paure, per eccesso di protezione, accettiamo di vedere i nostri figli perduti per giornate intere nei loro videogiochi o smartphone, credendo di averli così sotto controllo, senza renderci conto che dietro quegli schermi loro girano non uno, ma mille mondi!

Ci illudiamo di vivere vite normali mentre intrecciamo relazioni virtuali dove tutto è possibile, dove ci si sente "onnipotenti" perché si comunica senza i limiti dello spazio e del tempo, senza alcun investimento emotivo nel confronto concreto con l'altro.

E non esiste ricetta. Criminalizzare la tecnologia, negare l’uso dei social o dei videogiochi, non conduce a nulla.

L’unica possibilità che abbiamo è di tornare a svolgere il nostro ruolo di educatori, non di amici o “protettori”, ma di educatori, "connettendoci" alla sfera emotiva dei nostri figli.

I fatti accaduti in questi giorni sono altrettanti schiaffi al mondo degli adulti, alle nostre incapacità e alle nostre inadeguatezze. Ma resteranno tragedie senza senso se non riusciamo a farci interpellare da queste chiamate, da queste drammatiche grida di aiuto.

Senza pensare, come purtroppo spesso facciamo, che a noi queste cose non potranno mai capitare, non ai nostri figli. Sappiamo bene che non è vero...

“E’ morto un altro ragazzo e vorremmo tutti che fosse l’ultimo ragazzo morto di droga”

“E’ morto un altro ragazzo e vorremmo tutti che fosse l’ultimo ragazzo morto di droga”.  Don Gino Rigoldi ha scritto una lettera pubblicata dal Corriere della Sera, edizione locale Milano, il 12 settembre.

E’ morto un altro ragazzo e vorremmo tutti che fosse l’ultimo ragazzo morto di droga.

Non è mai cessato il consumo di sostanze e di alcol tra i giovani, si sono invece moltiplicate le droghe, cresce il fascino di talune sostanze che sembrano promettere emozioni grandiose, altre garantirebbero prestazioni super, altre ancora dovrebbero consolare da profondi disagi. Molte versioni, ma è sempre presente una pericolosità spesso sconosciuta.

Una prima impresa da compiere è quella di parlare di droghe, legali e illegali, parlarne direttamente con i giovani a partire dalle scuole, dalle società sportive e in tutti i luoghi dove i giovani si aggregano. Molti ragazzi sono convinti di sapere tutto sulle droghe, si sentono loro i professori. Si comincia allora ascoltando le loro opinioni per poi approfondire insieme e precisare. Va da sé che l’interlocutore adulto deve essere ben competente, senza drammatizzazioni che aumentano il desiderio di sfida senza spaventare nessuno, ma è anche ben chiaro che deve saper segnalare gli effetti e i reali pericoli delle diverse sostanze. I giovani sanno ascoltare gli adulti onesti e competenti.

Il luogo privilegiato di informazione è la scuola, ma è altrettanto necessario esserci nei luoghi dello spaccio e del consumo a tutela di tutti. Però esserci significa prima di tutto parlare ed ascoltare i cittadini ma anche i consumatori, ed è difficile farlo presentandosi a bordo di una ruspa. Non c’è da aver paura ad essere adulti che ragionano con chi consuma, anche in maniera continuativa, per ridurre il danno di siringhe, di preservativi, di sostanze sconosciute e perciò imprevedibili, e indicare i servizi pubblici e privati adatti ad affrontare il problema.

Ho grande stima per la lotta allo spaccio, è doverosa e necessaria, ma la regola generale di sempre si chiama educazione, che io definirei “addestramento a relazioni oneste, accoglienti, pazienti, costruttive”, insomma addestramento a volersi bene. Una persona che ama e si sente amata, che ha ascolto e impara ad ascoltare difficilmente rischierà la propria vita a 24 anni in un boschetto di Rogoredo.

Nuovo pericolo: costa pochissimo, 10 volte più potente dell'eroina

 

Costa pochissimo, è dalle 10 alle 20 volte più potente dell'eroina e si acquista principalmente online: è l'Ocfentanil, il simil-oppiaceo responsabile del primo caso in Italia di overdose da “eroina sintetica”. Il decesso risale a 18 mesi fa, ma solo la scorsa settimana l'Istituto superiore della sanità ha rivelato la natura di quella sostanza che aveva lasciato senza vita un uomo di 39 anni nell'aprile del 2017 a Milano. Ripercorrendo quella vicenda, il presidente della cooperativa Lotta contro l'emarginazione Riccardo De Facci, vice del Cnca, spiega che all'epoca l'Iss “non aveva i reagenti per identificare” l'Ocfentanil e per questo sono stati necessari mesi prima di poter ottenere i primi risultati. Pur rappresentando “una tendenza e non un allarme”, specifica De Facci, è necessario tenere però alta l'attenzione, soprattutto tenendo conto dei numeri allarmanti che arrivano dagli Stati Uniti, dove si contano 40 mila persone all'anno decedute per overdose da oppioidi sintetici.

“Per ora si tratta del primo accertato in Italia”, allerta De Facci, ma è possibile ipotizzare che altri 4 o 5 casi recenti di overdose da eroina – di cui uno a Bologna un anno fa – siano imputabili a questa sostanza. L'incertezza è dovuta al fatto che l'Ocfentanil, classificato tra le Nuove sostanze psicotiche, è stato riconosciuto come droga solo ora che il reagente specifico per le analisi è stato individuato. “L'Europa sta monitorando 600 Nsp e l'Italia ne ha tabellate una sessantina l'anno scorso – spiega De Facci – ma nel frattempo per ogni droga che viene fatta uscire dal mercato della legalità, ce n'è già un'altra a sostituirla”. Sostanze che entrano nel mercato “del dark web” ma anche “nelle piazze di spaccio”, dove sono utilizzate per “tagliare l'eroina e ottenere delle micro-dosi” a prezzi eccezionali: a Rogoredo, la più grossa piazza di spaccio europea, “per un punto si va dai 2 ai 5 euro” come testimonia Rita Gallizzi, responsabile consumi e dipendenze della cooperativa. Il quartiere della provincia milanese, dove passano circa 1000 persone al giorno, è un vero e proprio “epifenomeno di quello che sta accadendo a livello nazionale”. Il “pericolo enorme” di queste sostanze di produzione chimica è che non se ne conosce la composizione esatta perciò “nemmeno il consumatore sa cosa sta assumendo”, aggiunge De Facci.

“Occorre intervenire”, ripete Gallizzi. Da una parte, potenziando le unità di strada che si occupano di riduzione del danno con “interventi stabili e duraturi, presidi socio sanitari gestiti da personale medico su strada”; dall'altro, le unità mobili che si rivolgono ai giovani nella limitazione dei rischi dovrebbero disporre di un “sistema di allerta rapido con esame delle sostanze”. In questo modo si potrebbe capire subito se quella che si sta per consumare è la sostanza desiderata e contemporaneamente “far viaggiare le notizie in tempo reale” attraverso un sistema comunicante che andrebbe a potenziare quello di allarme attuale.

Roberta Cristofori

da Redattore Sociale

La "fatica" delle imprese sociali di restare sul mercato. Un manifesto

Una “riflessione seria sulla cooperazione sociale di inserimento lavorativo, perché ne avvertiamo, insieme alla forza e ai valori, anche le fatiche”. Fatiche “delle imprese che devono, in assenza di sostegni, restare a galla e dedicarsi a lavoratori svantaggiati in un mercato sempre più competitivo, fatica degli operatori a ritrovare in questa situazione le motivazioni che li hanno portati alla scelta di operare nelle cooperative”. E ancora, la “necessità di ripensarne la mission in termini adeguati all’evoluzione sociale di questi anni e all’evoluzione dei bisogni, di confrontarsi su una legittimazione della cooperazione sociale incrinata da quanto si legge spesso sui media”. Vengono spiegati così, dalle pagine del sito www.inserimentolavorativo.net, i presupposti teorici che hanno portato Coordinamento Nazionale Comunità di accoglienza, Consorzio Abele Lavoro e il consorzio nazionale Idee in Rete alla redazione del manifesto Rilanciare la cooperazione sociale di inserimento lavorativo, che può essere sottoscritto. 
Il Portale del Gruppo Abele riporta alcune considerazioni del presidente del consorzio Abele Lavoro, Georges Tabacchi.

Un documento di quattro pagine per rilanciare la cooperazione sociale di inserimento lavorativo, il frutto di un’ elaborazione collettiva. Quando, come e perché nasce tutto questo?
Raccogli commenti, fatiche, vedi vari smarrimenti, incontri persone, vecchi e nuovi bisogni, vengono fuori scandali, la tua reputazione viene messa in dubbio, gli aspetti imprenditoriali ed economici assorbono la maggior parte delle tue energie, ti accorgi sostanzialmente che la legge 381 frutto di un pensiero storico degli anni 80 non è adeguata all’oggi. Allora ti chiedi, come te lo sei chiesto 30 anni fa, che impresa sociale di lavoro serve oggi per venire incontro alle varie vulnerabilità, e per farlo cominci a confrontarti con altri ed è dal confronto che nasce questo documento . L’idea di ripartire dalle comunità di accoglienza ci ha permesso di non essere del tutto autoreferenziali e di cogliere  delle tendenze d’azione ritenute necessarie. Questo non vuol dire che bisogna buttare via tutto. Molto è stato fatto e molte persone ne hanno tuttora dei grandi benefici, vuol dire piuttosto tornare a investire sul modello e sul suo rapporto con la cultura del lavoro, con un occhio al prossimo futuro.

Il tema del lavoro, insieme con quello dell’immigrazione, è l’asse portante della discussione politica, in Italia e non solo. Il mondo del lavoro è oggettivamente cambiato, in parte addirittura stravolto. Quale può essere la risposta del Terzo Settore in questo senso? Che ruolo può giocare?
Il lavoro, il bisogno di riempire la giornata di senso e di economia continuano a essere gli elementi chiave di percorsi di emancipazione dalle mille povertà. Con questo documento vogliamo allargare il campo di azione e le sinergie necessarie della cooperazione sociale d’inserimento lavorativo per offrire più opportunità occupazionale, più opportunità formative, più possibilità di cittadinanza attiva. Aggiungo poi che il dibattito sul lavoro, su cosa siano le attività occupazionali, le competenze, i diritti, le tutele, gli aspetti legislativi, richiede un salto culturale che in parte è già in atto ma che ha tante possibilità di sviluppo e come per tutti i passaggi culturali ci va tempo, condivisione e impegno.

Che risposte vi aspettate con il lancio di questo documento?
Prima di tutto siamo molto soddisfatti del percorso intrapreso e del raggiungimenti di questo primo step. Non era scontato né obbligatorio arrivarci. Certo, speriamo non si fermi proprio adesso. Le risposte che ci aspettiamo sono di due tipi: la prima di resistenza da parte dei nostri mondi che fanno fatica a pensarsi perché schiacciati dalla gestione dell’oggi, la seconda è una speranza, che è quella di aprire un dibattito ampio, di raccogliere molte sottoscrizioni per arrivare entro un anno a una proposta concreta che si confronti con la politica.

Allegati:
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