LUTTO/ Perché proprio a me? Odiavo chi rideva

25 luglio 2016: da un anno non mangio più cipolline glassate, riso con la zucca, pisellini e carotine tagliate sottili-sottili e saltate in padella, da un anno non commento più con te i documentari sugli animali che ci piaceva vedere insieme, mamma. Perché io? Perché proprio a me, che un anno e mezzo prima avevo già perso la mia zia-mamma, che mi aveva allevato a Torino. Ho incominciato a fare la conta dei parenti: quella ha un marito, figli, zii, nipoti, un padre (o una madre), cognati, cugini…. E li contavo. Uno per uno. E subito partiva l’Io invece: io invece ho visto dimezzarsi la mia già minuscola famiglia nel giro di poco più di un anno.

Odiavo la gente che rideva. A novembre, sfogliando il giornale, ho letto nella cronaca cittadina un articolo in cui si parlava di un gruppo per elaborare il lutto; ero e sono già seguita da una psicologa con cui facciamo un buon lavoro da tempo; quello che mi mancava era la presenza di persone nella mia stessa situazione. Così ho dato subito la mia adesione, e sono entrata nel gruppo che ogni quindici giorni si riuniva nella sede de “La Ricerca”. Il percorso è andato avanti sino a marzo.  All’inizio eravamo tante (un solo uomo) e temevo di non riuscire a parlare; mi son25o subito resa conto di essere la persona con il lutto più recente: tre mesi. Tutte le altre erano lì per una perdita subita anni prima. Ma la presenza di persone come me era un conforto, come lo era la cadenza fissa e non troppo vicina: due settimane di tempo per pensarci su. Sin da subito ho temuto la scadenza del cammino insieme: non era un gruppo che si protraeva nel tempo, aveva un termine preciso. Non sarei stata pronta, mi dicevo; in parte è stato così, a differenza delle altre persone (forse) per me il gruppo si è interrotto troppo presto. Penso che ciò sia legato soprattutto alla ferita tanto recente, nel mio caso, e di conseguenza al bisogno di una durata maggiore per lasciare venire a galla tanto altro ancora.

Quando mi sono resa conto che la conta dei parenti non la facevo da giorni e che la gente che rideva non mi dava più tanto fastidio, quando ho smesso di controllare che in mensa non ci fosse nessuno per andare a mangiare, allora ho capito che stavo riguadagnando a poco a poco un po’ di normalità.

Dire serenità è troppo.

La vita va avanti nonostante tutto: queste per ora sono solo parole molto astratte, per me. Nei momenti migliori mi lascio navigare sugli attimi, non programmo minuziosamente il futuro, scivolo sopra i secondi e i minuti e le ore, con la testa svuotata di pensieri.

Questo non è ancora la vita che va avanti. E’ una temporanea sospensione del dolore. Anche perché nel frattempo altri eventi sono successi, altre malattie. Altri pronto soccorsi, ricoveri, terapie intensive. Lunghe ospedalizzazioni.

Mi lascio vivere, per ora. Poi si vedrà.

Lettera firmata

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