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40 anni di "Ricerca" / Don Dossetti: Progetto Uomo è attualissimo

DON GIUSEPPE DOSSETTI CON L'AMICO DI SEMPRE DON GIORGIO BOSINI IL 22 MAGGIO 2015 A PIACENZA PER I FESTEGGIAMENTI DEL 50° SACERDOZIO DEL NOSTRO FONDATORE

Per i suoi 40 anni il “Ceis-La Ricerca” ha scelto di percorrere un cammino di riflessioni: quale ruolo per il territorio? “Il suo agire sui principi dell’auto-aiuto, mettendo al centro il valore della persona, trasformando i problemi in risorse è un contributo importantissimo che può dare. Sia chiaro noi Ceis non siamo voci nel deserto: c’è stata un’evoluzione positiva di forze e sensibilità verso il sociale. Ma è pur vero che sono cresciute anche le paure. Basti pensare a come si sta reagendo al fenomeno dell’immigrazione. E’ proprio su queste emergenze che dobbiamo investire nuove pratiche del bene. Si pensi all’invecchiamento della popolazione: dobbiamo lavorare perché si cominci a considerare gli anziani come risorse, uscire da una visione efficientista”.

Don Giuseppe Dossetti, il prete che ha fatto della sua vocazione sacerdotale una dedizione totale ai giovani con problemi di tossicodipendenza e alle persone che vivono in situazioni di difficoltà, ha incontrato operatori, soci e volontari dell’associazione “La Ricerca” per riflettere sull’attualità di “Progetto Uomo”, la filosofia della persona al centro, da cui hanno tratto ispirazione tutti i Ceis d’Italia, compreso quello di Reggio Emilia di cui il sacerdote, omonimo dell’illustre zio teologo e politico deputato dell’Assemblea Costituente, è tuttora presidente.

“La fiducia nella capacità di riscatto di ogni persona e l’auto-aiuto sono la forza del nostro modo di stare al fianco di chi soffre. Tutti possono trarne beneficio, non solo i tossicodipendenti che frequentano i programmi di recupero ispirati a Progetto Uomo. Quel che noi trasmettiamo è una convinzione molto semplice e molto vera: tu vali e noi ti aiutiamo ad aiutarti…a uscire dalla droga, ma anche da qualsiasi altra situazione di crisi. C’è tutta una dimensione spirituale che permea questa filosofia ereditata da quella dei famosi 12 passi di Alcolisti Anonimi”, dodici propositi che portano a rivedere la propria vita e il rapporto con la realtà accettando le proprie debolezze e imperfezioni, per capire, senza giudicare, anche gli errori e le fragilità degli altri.

“La persona è unica e irripetibile, crediamo nei suoi valori, nelle sue risorse, tutti se vogliamo possiamo cambiare” come ha ribadito l’attuale presidente della associazione Gianluigi Rubini all’avvio del cammino di confronti intrapreso con “Obiettivo 5”, il percorso formativo con cui l’associazione si sta interrogando sulla propria identità per continuare ad essere “generativa” di fronte alle emergenze di questo difficile e complesso presente, un percorso formativo fatto di riflessioni, analisi e proposte. “Partiamo dalla nostra storia – ha sottolineato Rubini – per leggere con attenzione i segni dei tempi e promuovere uno sguardo aperto e coraggioso sul futuro. In questo cammino, oltre ai momenti di confronto e studio interni, vogliamo farci aiutare da persone autorevoli che possono accompagnare con profondità la nostra ricerca del far bene il bene”.

C’è tanto Vangelo in Progetto Uomo - Don Giuseppe Dossetti ha condiviso la storia dei Ceis con i pionieri dell’associazione “La Ricerca” fin dall’inizio. Ha ripercorso quei tempi, ricordando anche le sue resistenze di “involontario” che considerava l’aiuto ai drogati “tempo perso” e che invece si è poi ricreduto proprio grazie agli insegnamenti e alla formazione avuta al Ceis di Roma: “Capii che le mie paure venivano dal fatto di non considerare il drogato un uomo. Fateci caso: in Progetto Uomo non c’è mai la parola Droga, è Progetto Uomo non Progetto Droga. Bisogna ragionare sull’Uomo: è questo che valeva allora, vale oggi e sempre. C’è tanto Vangelo in Progetto Uomo. E se ci pensate bene abbiamo ricevuto un dono importantissimo: a noi è consentito di entrare nel mistero dell’Uomo attraverso una via paradossale che è la tossicodipendenza”.

Dai tempi eroici all’oggi – I tempi eroici degli anni Ottanta hanno perso le loro caratteristiche: “Allora i ragazzi che entravano nelle nostre comunità erano poco più che ventenni, nel giro di 3-4 anni al massimo riuscivano a uscire dalla dipendenza, che era quasi sempre da eroina, l’unico stupefacente che lascia la testa intatta: liberati dalla droga si rivelavano persone vivaci, profonde, intelligenti. Insomma: il programma poteva esprimere tutte le sue potenzialità. Ma le cose oggi sono cambiate: i ragazzi sono diventati sempre più multiproblematici, hanno problemi di tipo sociale, sanitario, psichiatrico, legale… i tempi della tossicodipendenza si sono allungati e questo ha contribuito a creare in noi sentimenti di rabbia e frustrazione. Ma abbiamo ancora tanti punti di forza: a partire dall’auto-aiuto: è nel gruppo che i ragazzi possono fare l’esperienza del loro talento, scoprendo che aiutando gli altri aiuti anche te stesso. Così come la collaborazione dei genitori e, naturalmente, dei volontari che dovranno diventare sempre più professionalizzati: occorre trasmettere loro nuove competenze. Agli operatori raccomando di mantenere il giusto sguardo: perché questi giovani si accorgono quando tu li guardi come esseri umani, se trasmetti loro che riconosci la loro dignità, non si fidano dell’approccio di tipo medico. E La Ricerca è fatta di queste persone che continuano ad avere quello sguardo”.

 Con i Sert rapporti molto più costruttivi – Altri elementi su cui il sacerdote emiliano ha invitato a riflettere: “Dobbiamo rinunciare al ruolo di salvatori: la professionalità vera sta anche nel riconoscere i propri limiti, perché bisogna aprirsi a lavorare insieme, a costruire delle sinergie e delle reti di rapporti attorno a questi ragazzi. Questo anche nella chiave delle relazioni che si instaurano con il Servizio Pubblico: se prima i Sert per noi erano solo distributori di metadone, e anche per questo litigavamo in maniera sostanziosa, noi avevamo la presunzione di avere la formula che avrebbe vinto la guerra. La realtà ci ha fatto perdere questa illusione: abbiamo capito che le competenze non erano solo le nostre, capito quanto fosse opportuno creare delle sinergie, c’era bisogno di altre competenze, anche mediche, psichiatriche: è nata una stima reciproca. I cambiamenti ci hanno costretti a ridefinirci su certi tabù, come l’uso di metadone: noi abbiamo scelto percorsi riabilitativi drug-free ma ci rendiamo conto che in certe situazioni di profonda dipendenza anche il metadone può avere un senso”.

Ci viene richiesta più pazienza - La dipendenza è diventata non più di alcuni ma tutto il nostro mondo è un mondo dipendente, tante nostre difficoltà derivano dal dover prendere atto di questa realtà. Oggi ci viene richiesta più pazienza, di pretendere sì ma non in modo autoritario. Dobbiamo insistere ad andare controcorrente in una società dominata dall’efficientismo; e quindi accettare i nostri limiti. Dobbiamo proporre solidarietà, condivisione, trasmettere alle persone che affianchiamo l’importanza di sentirsi parte di un tutto dove ciascuno può offrire il meglio di sé”.

Siamo un cantiere aperto – “La cultura è l’antidoto alla ricerca di vie del piacere meno nobili: nell’essere umano c’è sempre il desiderio di bellezza e di bontà. Siamo un cantiere aperto dove siamo chiamati a lavorare anche sulla cultura e sulla spiritualità. Il nostro è un mondo vitale, perché qui c’è sofferenza: è un deposito di energia umana che va utilizzata bene: chi si occupa di sociale deve valorizzare, far conoscere le conquiste. Sia che si tratti di tossicodipendenti che si tratti di immigrati: si possono trasformare da utenti a protagonisti, facciamo conoscere la forza con cui vogliono integrarsi, è la forza che trasmettono a noi per primi, facciamola scoprire”.

 

IN ALLEGATO L'INTERVISTA A DON GIUSEPPE DOSSETTI pubblicata dal quotidiano "Libertà" giovedì 30 gennaio 2020

 

 I PROSSIMI INCONTRI DI OBIETTIVO 5

Dopo don Dossetti, il prof. Triani e Madre Maria Emmanuel Corradini. Il percorso di Obiettivo 5 proseguirà la sera di venerdì 14 febbraio (alle 20,30, sempre in Stradone Farnese 96) con il prof. Pier Paolo Triani. Il docente di Pedagogia Generale alla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica di Piacenza (e supervisore dei Servizi Educativi della “Ricerca”) aprirà un confronto sull’aspetto educativo dei percorsi di recupero e dei progetti di prevenzione del disagio: “La preoccupazione educativa è sempre al centro dei nostri servizi che si propongono di formare, coltivare progetti di vita, ieri come oggi. Ma di cosa abbiamo bisogno per costruire un’identità, quale orientamento, quali strumenti, quali responsabilità dobbiamo assumerci?”.

Il 13 marzo, alle 20,30, la sede del confronto sarà presso la Chiesa del Monastero di San Raimondo, in Corso Vittorio Emanuele con l’abbadessa del Monastero, madre Maria Emmanuel Corradini. Monaca di clausura, originaria di Reggio Emilia, prima di entrare in clausura come oblata benedettina, madre Maria Emmanuel esercitava la professione medica. In questi anni è riuscita a trasformare il monastero, che era ormai destinato alla chiusura, in un luogo di riflessione continua sull’umano, attraverso le lectio, le meditazioni, i colloqui individuali con i quali offre parole essenziali che aiutano a capire la vita e ad orientarla al bene, con la consapevolezza delle fragilità umane, ma anche con speranza.

 

 

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