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Figli sempre più fragili e soli. Per aiutarli dobbiamo allearci. Le linee guida uscite dal convegno "Fatica e bellezza del crescere oggi"

Che i nostri figli siano più fragili di quel che appare e di quel che siamo stati noi boomers, adolescenti fra gli anni Settanta e Ottanta, è purtroppo appurato. Così come ritorna al pettine il nodo-famiglia: quel che più li affligge è la difficoltà a relazionarsi con mamma, papà, fratelli e sorelle. Ovviamente anche la scuola, seconda agenzia educativa, è chiamata in causa: sempre più docenti si stanno accorgendo che il modello educativo va rivisto, stanno prendendo seriamente in considerazione il fatto che non ci si può limitare alla didattica e alla mera logica del voto, perché gli studenti – che sono sempre più disorientati sul loro futuro e demotivati – hanno bisogno ancor più di ieri di rapportarsi in una maniera autentica in cui l’esperienza umana del docente incontri l’esperienza umana dell’allievo.

Non c’è dialogo, non c’è tempo, non c’è linguaggio comune - Questi ragazzi, queste ragazze che portano un appellativo così ridondante e avveniristico – i Millenials - di parlare e di essere ascoltati ne hanno un gran bisogno, sono “alla ricerca di adulti competenti che offrano relazione”. La constatazione viene da uno psicologo e psicoterapeuta di fama, Matteo Lancini, alla luce dei suoi trent’anni di studi sull’adolescenza. Docente nel Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano Bicocca e presidente della Fondazione Minotauro di Milano, il prof. Lancini ha lanciato un’infilata di provocazioni azzeccate a un pubblico eterogeneo di docenti, dirigenti scolastici, operatori sociosanitari, educatori al convegno “Fatica e bellezza del crescere oggi: il ruolo del counseling scolastico” che la storica associazione da sempre impegnata al fianco dei giovani con problemi e delle loro famiglie, ha organizzato il 3 dicembre scorso in Cattolica mettendo sul tavolo le evidenze di un report sugli ultimi tre anni di ascolto delle problematiche giovanile negli sportelli con cui è presente in una ventina di scuole medie e superiori di città e provincia.

Emerge il bisogno di una risposta strutturata: nuove linee di lavoro – Tanti gli stimoli offerti dal convegno che si è rivelato di livello, una vasta gamma di dati, osservazioni, deduzioni, provocazioni (come dicevamo) e le proposte che vanno nella direzione di creare attorno ai giovani una comunità educante fatta di alleanze tra le diverse realtà educative e istituzionali del territorio. Ne sono uscite nuove linee di lavoro ben sintetizzate in 4 punti nelle conclusioni del prof. Pierpaolo Triani, docente di Pedagogia presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Ateneo di Piacenza-Milano. Per l’occasione moderatore dell’incontro fra esperti e mondo della scuola, Triani ha ribadito la convinzione che di fronte alla complessità dei bisogni dei nostri giovani “occorre creare una risposta strutturata, permanente, dotata di senso pedagogico”:

-          La prima proposta parte da qualcosa che è già in atto: la collaborazione fra counselors (degli sportelli d’ascolto giovani) e docenti: “Occorre rafforzare le competenze pedagogiche degli insegnanti, questo per rendere efficace l’intervento degli spazi d’ascolto (di cui la scuola riconosce l’assoluta necessità ndr)”.

-          La seconda proposta chiama in causa le diverse realtà del territorio: “Bisogna continuare a lavorare in rete rafforzando il coordinamento tra i Servizi territoriali, la scuola e realtà come gli sportelli d’ascolto senza ovviamente togliere la centralità della famiglia, salvaguardando il suo diritto alla riservatezza”

-          La terza proposta punta al potenziamento dell’ascolto: “Bisogna sviluppare un counselor scolastico che sia davvero un conuseling alla scuola”

-          La quarta proposta parte dalle evidenze emersa sulla novità del fenomeno-immigrazione, molto pressante in una realtà come quella piacentina – è stato rimarcato – che ha il primato della presenza di allievi stranieri: “Bisogna imparare a rapportarci con la multiculturalità già nella lettura del disagio manifestato dagli studenti”.

 

 

UNA QUESTIONE DI ALLEANZE

VERSO UNA CONDIVISIONE DELLA RESPONSABILITA' EDUCATIVA

Giovani più fragili – dicevamo – e più soli. Un dato di fatto che ha trovato conferma anche nell’ultimo report degli sportelli d’ascolto con cui “La Ricerca” è presente in una ventina di scuole medie e superiori di città e provincia. Per rendere l’idea della portata del fenomeno si tenga presente che solamente negli ultimi tre anni nelle Superiori piacentine circa 950 studenti (fra loro anche alcuni genitori e insegnanti, ma gli adolescenti rappresentano la netta maggioranza: il 75 per cento) si sono rivolti ai counselor ed educatori della onlus piacentina per chiedere aiuto, un confronto, una consulenza (più di 2.200 colloqui), più di 280 (470 colloqui) nelle scuole medie. Hanno soprattutto problemi relazionali, manifestano una vulnerabilità e un disorientamento di fondo: “Gli studenti – spiega Paolo Savinelli, responsabile dell’équipe dei Servizi Educativi Territoriali La Ricerca – ci parlano delle difficoltà che incontrano nei rapporti con i genitori, ma anche in classe, con gli insegnanti o con i coetanei, oltre che di disagi motivazionali, nel rendimento scolastico, ansia, scarsa autostima, problemi legati all’identità sessuale, abbiamo intercettato anche casi di autolesionismo, persino situazioni a rischio suicidario. E’ in tutta questa multiproblematicità che diversi ricorrono all’uso di sostanze”. Un disagio che si ripercuote sugli adulti di riferimento: “I docenti si rivolgono a noi soprattutto per le difficoltà che incontrano nel gestire classi complesse e alunni problematici, molti genitori sono afflitti dalla preoccupazione di non riuscire ad avere un giusto controllo sulla vita dei figli, su come socializzano, su come vivono le amicizie, gli affetti, anch’essi soffrono della difficoltà a rapportarsi con loro”.

Crescono gli invii alla Neuropsichiatria infantile – La dott.ssa Elisabetta Balordi, dell’équipe Servizi Educativi Territoriali La Ricerca ha fornito, tra i dati elaborati dall’Ufficio Statistica e Ricerca sociale della onlus piacentina, anche le evidenze relative all’esperienza ultradecennale che la storica associazione ha accumulato nelle scuole: più di 2350 studenti e insegnanti contattati nelle Superiori (circa 5.300 colloqui) e quasi 500 allievi (circa 800 colloqui) da quando cinque anni fa gli educatori sono entrati anche nelle Medie (c’è una scatola dell’ascolto dove i ragazzini e le ragazzine possono imbucare il bigliettino per chiedere di essere contattati).

Chiedere aiuto al counseling non è più un tabù - Centrali rimangono le problematiche relative alla difficoltà di relazione in famiglia:

-          Scuole Medie - I giovanissimi già manifestano una certa fragilità emotiva, problemi a relazionarsi in classe, problematiche legate alla ricerca del senso della vita, manifestazioni di aggressività e bullismo, e un primo avvicinamento all’uso di sostanze e alcol. Per il 7 per cento si è reso necessario un approfondimento facendo ricorso a psicoterapeuti privati, alla Neuropsichiatria infantile e al Reparto pediatrico specie per quanto riguarda i disturbi alimentari.

-          Scuole Superiori - Nel tempo rivolgersi agli spazi d’ascolto è diventato sempre di più “normale” ed è una conquista: niente più vergogna, tabù, freni che impediscono di chiedere un confronto. Si rivolgono al counseling più studentesse che studenti: il 67 per cento. Stessa percentuale distingue gli studenti del biennio rispetto a quelli più grandi del triennio (33 per cento). Sale la percentuale di quanti sono stati inviati ai Servizi, Consultori, Counseling o allo psicoterapeuta privato per approfondire le problematicità emerse: il 12 per cento. Dalle problematiche in famiglia discendono affanni, ansia, panico, paure, interrogativi legati all’autostima, all’affettività e alla sfera sessuale, alla salute, a esperienze di lutto. L’uso e abuso di sostanze rientra in tutta questa multiproblematicità.  

Il counseling scolastico: un ponte tra ascolto e presa in carico – Mettersi in relazione con i ragazzi che si rivolgono agli sportelli d’ascolto (facendo ricorso anche alle nuove tecnologie che consentono di restare “in-contatto” costante ad esempio con messaggi sms, whatsapp). E lavorare anche con i loro adulti di riferimento per favorire le relazioni con i genitori “perché i loro figli sentono il bisogno di coinvolgerli anche se apparentemente li tengono distanti”. Questi i presupposti e il cardine del modello educativo con cui agiscono educatori, psicologi e counselor “La Ricerca”, operatori – come ha spiegato la dottoressa Paola Marcinnò, psicoterapeuta e supervisore – preparati all’ascolto riflessivo e motivazionale. “Chi arriva, che sia uno studente, un insegnante, un genitore, porta la sua storia, il suo disagio e insieme cerchiamo di capire come lavorare sulle sue risorse, come mettere in atto strategie di risoluzione del problema, cerchiamo di rimotivarli perché acquisiscano fiducia in se stessi. Va anche detto che non sempre portano problemi specifici, alcuni vogliono semplicemente condividere delle riflessioni. La nostra consulenza è un modo per accompagnare lo studente, ma anche l’adulto, a stare dentro il disagio dei ragazzi, a vivere il momento di difficoltà”. Quali le conseguenze positive di questo canale di ascolto-dialogo? Si intercettano i segnali di disagio e si aprono percorsi per porvi rimedio. Si riesce anche a prevenire, o quantomeno a contrastare, il fenomeno – crescente soprattutto nei maschi - dell’abbandono scolastico.

Distinguere fra disagio evolutivo e disturbo permanente – C’è un disagio che caratterizza la crescita in età adolescenziale. La psicoterapeuta invita a stare ben attenti a distinguere questo “disagio inteso come vissuto esperienziale di passaggio” da quello che invece riguarda segnali di disturbi permanenti dove si rendono necessari approfondimenti e ricorsi alla medicina specialistica, di qui l’importanza del collegamento con i Servizi territoriali. Segnali di collaborazione anche in questa direzione lasciano pensare che “sta avvenendo una condivisione della responsabilità educativa”. A parlare in rappresentanza dei Servizi, in particolare per quanto concerne la Neuropsichiatria Infantile, la dott.ssa Alessandra Zoni, psicologa e psicoterapeuta dell’Ausl di Piacenza e in un recente passato in forze all’associazione “La Ricerca” dove ha collaborato anche con gli sportelli d’ascolto. Tra le varie evidenze illustrate la psicoterapeuta ha rilevato un aumento degli utenti giovanissimi, fra gli 11 e i 17 anni, dal 15 per cento del 2009 al 23 per cento del 2017. Un altro dato che ci riporta alla citata importanza di tener conto della multiculturalità: oltre il 60 per cento degli utenti sono stranieri.

La scuola crede sempre più nell’importanza del counseling – Alleanze fruttuose sono in costruzione sul territorio tra associazione “La Ricerca” e mondo della scuola. L’efficacia è stata sottolineata sin dai saluti Istituzionali con cui ha aperto i lavori l’arch. Paola Galvani in rappresentanza della Provincia di Piacenza di cui è consigliere. Ne hanno poi portato testimonianza due docenti piacentini:

- la prof. Federica Bassi per le scuole Medie: “Oggi fra i docenti è cresciuta la consapevolezza che occorre avere uno sguardo globale e condiviso sull’alunno e i fatti ci danno ragione: la consulenza in rete dà risultati straordinari, l’osservazione precoce ci consente di anticipare sempre più interventi mirati ad affrontare le diverse problematiche dei nostri ragazzi”. Dai primi anni Duemila a oggi si è passati da un approccio in chiave di prevenzione al disagio ad un’ottica più educativa: “Con la diffusione esponenziale del disagio scolastico ci siamo resi sempre più conto che la didattica non è più sufficiente, grazie agli sportelli d’ascolto c’è stato un affinamento dello sguardo educativo, siamo stati accompagnati anche nella non sempre facile relazione con le famiglie”. Resta la fatica dei docenti a mettersi in discussione, ancora diffidenza nelle famiglie: “Abbiamo ancora molto da lavorare per arrivare ad uno sguardo condiviso”.

– il prof. Massimo Trespidi per le scuole superiori ha sottolineato la valenza del counseling scolastico soffermandosi poi sul che cosa ciascuno di noi adulti può fare in questo clima di emergenza educativa: “Come insegnanti dobbiamo dimostrare al ragazzo alla ragazza che abbiamo di fronte che la nostra esperienza umana può essere significativa, dobbiamo aprirci all’incontro dell’esperienza umana che loro stanno vivendo, saper trasmettere loro il senso, la passione. Molti hanno ansia da prestazione, ansia che cresce se non credono all’importanza di quello che stanno facendo, se non credono che lo studio è importante per la loro crescita. La bellezza del crescere va conquistata con la fatica della quotidianità, fatica che loro fanno e che noi dobbiamo prendere sul serio e apprezzare”.

 

MATTEO LANCINI: "DOBBIAMO CHIEDERCI CHE COSA

HANNO VISTO I NOSTRI ADOLESCENTI NEI PRIMI 12 ANNI DI VITA”

 

“Quando mi domandano: che tipo di adolescenti incontriamo oggi? Io rispondo con l’invito a riflettere su che cosa i nostri figli hanno visto prima dei 12 anni”. Fra i vari punti toccati dall’esperto di adolescenza, tutti i cambiamenti avvenuti in questi ultimi decenni: la scomparsa della famiglia tradizionale e della figura paterna, la nuova figura materna di “madri virtuali” che organizzano la crescita dei figli con separazioni molto precoci ma controllate a distanza grazie all’avvento degli smart-phone, “madri sempre presenti ma distanti con il corpo che mettono in mano il cellulare al figlio sempre prima: oggi tra gli 8 e i 12 anni nessuno riesce a contrastare la diffusione dello smart-phone…alle Superiori il 100 per cento degli studenti è dotato di cellulare…glielo ha regalato la mamma”.

Al bando i sensi di colpa, l’ansia è di apparire e di essere al top - Non più Edipo, ma Narciso è l’adolescente tipo di oggi, secondo Lancini che ben ne ha spiegate le ragioni che riprendiamo dall’intervista rilasciata al quotidiano locale in prossimità del convegno piacentino:

Fatica e bellezza del crescere… professor Lancini, essere adolescenti oggi che cosa significa?

“Vedo molta fatica. Oggi i giovani si ritrovano a dover realizzare i compiti evolutivi della crescita in una società dominata da Internet, da narcisismo, individualismo, competitività, dove ti inculcano il mito del successo e della popolarità. Per questi adolescenti nati e cresciuti all’interno di una famiglia affettiva talvolta governata simbolicamente da una madre virtuale che ha riempito il vuoto lasciato dalla crisi dell’autorità paterna, non c’è spazio per la trasgressione come invece avveniva nelle generazioni precedenti, non c’è nessuna norma da trasgredire, nessuna figura paterna da contrastare, c’è sempre meno spazio per il desiderio e il senso di colpa, prevale il sentimento della delusione dalle aspettative e della vergogna, oggi si cresce non per opposizione ai genitori, ma se si accetta di deludere le loro aspettative”.

Niente trasgressione, tanta delusione. Eppure i ragazzi raccontati dalle serie tv sono spericolati e trasgressivi…

“Non corrisponde affatto alla realtà. La società del narcisismo, del marketing, dei mass media, promuove lo sviluppo di esagerate aspettative di successo, prospettive ideali talmente elevate da risultare praticamente irraggiungibili, destinate a innescare una potente fragilità generazionale, con forme di una contestazione che non passa più attraverso il conflitto, ma che può degenerare in autodistruzione: disturbo della condotta alimentare, ritiro sociale, tagli sulla pelle, agiti suicidali, assunzione di sostanze che, mentre segnalano il proprio disagio psichico e relazionale, testimoniano una prima forma di autosoccorso, un anestetico al dolore mentale. O all’opposto assistiamo a casi di adolescenti che reagiscono al senso di inadeguatezza sovraesponendosi socialmente in rete attraverso l’esibizione delle parti più intime del corpo, come avviene nel sexting, o attraverso l’accanimento e la mortificazione dell’altro vedi cyberbullismo”.

Come fare per invertire la rotta?

“Bisogna uscire da quegli stereotipi che fanno sentire i nostri ragazzi inadeguati rispetto ai modelli da reality in cui conti qualcosa se sei popolare, uscire dai modelli che ti impone questa sorta di madre virtuale con cui si ritrovano a dover fare i conti fin dalla più tenera età, messi sotto le telecamere già dalla prima recita dell’asilo. La cultura adulta che abbiamo costruito manda loro un inquietante messaggio: meglio morto e popolare che sconfitto. Dobbiamo rivedere i nostri modelli educativi incentrati sulla paura del fallimento e sul mito del successo, è di questo che i nostri figli hanno paura: non accettano la possibilità del fallimento. Fin da piccoli li vogliamo campioni di bellezza, che abbiano successo e tanti amici, se non ne hanno è una tragedia allora si organizzano mega feste di compleanno per creare gente intorno. Non li vogliamo vedere mai annoiati, sempre felici, attivi e vincenti, mai una caduta una sbucciatura di un ginocchio, una sconfitta”.

Genitori troppo protettivi?

“No, qui non si tratta di proteggere ma di voler tenere sotto controllo i nostri figli fin dall’asilo, deleghiamo la relazione educativa alle agenzie educative volendo però tenere tutto sotto il controllo delle telecamere, collegati dallo smartphone che mettiamo in mano loro fin dalla scuola elementare. Nell’infanzia li vogliamo socializzati, pieni di interessi e di attività, ma poi quando diventano adolescenti pretendiamo che se ne stiano chiusi in casa a studiare per ottenere il massimo dei risultati. Avviene una sorta di adultizzazione dell’infanzia e di infantilizzazione dell’adolescenza, trasmettiamo una gran confusione. Riversiamo su di loro tutte le nostre angosce adulte piene di sensi di colpa”.

Giovani più informati ma più precoci nel farsi del male…droga, dipendenze dai social…

“Attenzione: la droga non significa più trasgressione. Per i giovani di oggi le sostanze stupefacenti, l’alcol sono degli anestetici. E’ sul cambiamento dei significati che bisogna riflettere. Attenzione a semplificare troppo. Bisogna fare attenzione anche per capire quando si è davvero di fronte a vera dipendenza dai social, si fa presto a dire: tutta colpa di internet. Dobbiamo cercare di capire che cosa realmente fanno i nostri figli quando sono sui social: perdono tempo o sperimentano se stessi come facevamo anche noi da ragazzi quando scendevamo a giocare in cortile con gli amici? Questi spazi di socializzazione virtuale hanno sostituito la socializzazione di strada. In un mondo che abbiamo costruito noi dove la vita virtuale e la vita reale si intrecciano tutti i giorni si creano relazioni dove il corpo non è presente. Messi in guardia dai pericoli della rete, piuttosto bisognerebbe aiutare i nostri figli a vedere se all’interno del digitale non sia possibile trovare forme di espressione, di creatività”.

Ma allora come riuscire oggi a fare della buona educazione?

“Bisogna interessarsi a loro, senza caricarli delle nostre angosce. Non smettere mai di esserci, non avere timore di essere presenti nella loro vita reale, di voler sapere che cosa sta avvenendo di là nella loro stanza, e chiedere, non aver paura di chiedere”.

Con la famiglia, anche la scuola deve cambiare?

“La scuola deve mettere in campo modelli cooptativi, creare alleanze con la famiglia. Non deve limitarsi a un sistema basato sui voti, deve tentare altri modi, bisogna entrare in relazione con lo studente, spiegargli dove sbaglia, come può rimediare, bisogna ascoltare, parlare…”

Occorre rivedere i nostri modelli educativi, ma mettersi in discussione non è facile

“Dobbiamo convincerci tutti che è tempo di cambiare, di adeguarci alle esigenze evolutive dei nostri figli. Loro sono pronti ad accogliere le nostre attenzioni più di quanto temiamo sappiano fare. Se vedi tuo figlio in difficoltà non aver timore ad avvicinarlo, non mortificarlo, digli piuttosto: Ti vedo nei guai…ti aiuterò. Qui non si tratta di puntare il dito contro i genitori tantomeno contro la scuola, ma, ripeto, bisogna creare alleanze tra noi adulti, la scuola deve allearsi con la famiglia per contrastare i nuovi competitors che sono fortissimi: personaggi dei reality, blogger, influencer altrimenti saranno (o forse sono già) loro ad educarli”.

Se i giovani stanno male è dunque colpa della società?

“Beh per come è impostata oggi sì. Ma ognuno di noi nel proprio ruolo di genitore, educatore, insegnante, psicologo…può fare qualcosa: deve portare modifiche, uscire dall’ottica ristretta dell’individualismo. E’ venuta meno l’idea della comunità educante, bisogna riprenderla. Cominciamo con l’amare di più i figli degli altri”.  

(Tiziana Pisati)

 

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