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La terza via di Fabrizio Gatti per aiutare i migranti

COLLEGIO ALBERONI, SALA DEGLI ARAZZI: CONVERSAZIONE SUI MIGRANTI TRA GIANGIACOMO SCHIAVI E (a destra) FABRIZIO GATTI 

 

 

“Né chiusura totale né troppa apertura, tra i due estremi c’è una terza via: quella di andare nei Paesi da dove si scappa per la fame e la miseria, portare cultura, tecniche di coltivazione, ma non mandando sociologi, antropologi, studiosi: là hanno bisogno di contadini, artigiani, imprenditori, insegnanti. Bisogna andare là come hanno sempre fatto i missionari in tutti i luoghi del Terzo Mondo. Ci vuole collaborazione, si deve muovere la diplomazia degli Stati”. Un esempio per tutte queste terre rimaste senza futuro: la Nigeria, dove la popolazione cresce in maniera esponenziale mentre per contro il sistema sociale ed economico cade a pezzi.

Fabrizio Gatti, il giornalista che dal 1990 racconta gli ultimi dal di dentro, mischiandosi tra loro, cattura attenzione e applausi del pubblico piacentino mentre si racconta e invita a riflettere sulle soluzioni possibili per far fronte alle ondate di uomini e donne in fuga alla disperata ricerca di una vita migliore, flussi migratori “che certo non si risolvono chiudendo i porti…ma nemmeno pagando gli scafisti perché non trasportino più migranti sulle nostre coste”. E porta l’esempio convincente di quanto è stato fatto per contrastare le migrazioni dall’Albania: “Ricordate negli anni Novanta quando scappavano in Italia sui gommoni, sui mercantili?”. Fuggivano dalla crisi economica e dalla dittatura comunista...”Un esodo biblico che si è riusciti a contrastare grazie all’impegno delle diplomazie, agli accordi di collaborazione siglati dall’Unione europea con tutto quello che ne è seguito. Oggi molti imprenditori italiani hanno aperto là nuove attività…“.

Nella sala degli Arazzi del Collegio Alberoni, davanti al pubblico piacentino per la serata “Chiusi fuori / I viaggi dei migranti e l’umanità esclusa” nell’ambito della la rassegna-evento “Dis-chiusure” organizzata da Opera Pia Alberoni, Svep e “La Ricerca onlus” in collaborazione con Casa dello Spirito e delle Arti di Milano, il giornalista che ha visto, vissuto per mesi, condiviso, ascoltato, raccontato che cosa significa viaggiare, lavorare, da clandestini viene incalzato a ripercorrere con noi tante esperienze significative da un altro giornalista di grande spessore, il piacentino Giangiacomo Schiavi del Corriere della Sera e che negli anni Novanta era capocronista della redazione milanese di via Solferino da dove Gatti veniva inviato per le sue singolari inchieste di “infiltrato” fra l’umanità esclusa. Ne ricordiamo qualcuna: nel 1998 ha vissuto in una baraccopoli alla periferia di Milano per raccontare la vita senza diritti dei muratori albanesi in Italia. L’anno successivo si è fatto arrestare in Svizzera come immigrato clandestino per documentare i maltrattamenti sui profughi di guerra e sui bambini kosovari detenuti nelle celle di sicurezza della polizia di Canton Ticino. Nel 2000 si è fatto rinchiudere come romeno con il falso nome di Roman Ladu nel centro di detenzione per stranieri di via Corelli a Milano (e grazie alla sua inchiesta che ne denunciato maltrattamenti ed abusi, il centro è stato poi chiuso dal governo italiano). Tre anni dopo ha seguito il viaggio degli immigrati clandestini, dal Senegal alla Libia attraverso il Sahel ed il deserto del Sahara.

Mentre le immagini scorrono sul maxi-schermo della Sala degli Arazzi, il giornalista dal 2004 in forze alla redazione de L’Espresso ci conduce nei suoi ricordi, su quei camion straboccanti di uomini, donne e bambini africani con destinazione Lampedusa, verso quella che per loro continua a rappresentare una via d'uscita dalla povertà ma che per molti si è rivelata solo una fine tragica. Lui tra loro, schiacciati come sardine, a decine, montagne di persone, bagagli, taniche di acqua utile e sacrosanta per non morire disidratati nel viaggio senza fine. Orizzonti di sabbia rossa, tombe nel deserto, corpi disidratati: da Dakar, passando per il deserto del Niger e della Libia: “Si procedeva anche 10 ore senza sosta, in totale balìa degli autisti. La brezza del mattino ci rincuorava di speranza, ma con il caldo soffocante del pomeriggio cresceva la paura, la notte era la stanchezza, il gelo e lo sfinimento”. Nel susseguirsi della narrazione il finale accende una luce di speranza con un’altra storia di immigrazione, questa volta a lieto fine: è la storia di Viki, un bambino albanese arrivato in Italia all’inizio del 2000, incontrato in una baraccopoli della periferia di Milano, lì costretto perché, senza permesso di soggiorno, il padre che pur lavorava regolarmente non poteva permettersi una vera casa: Viki, come titola il libro che Gatti gli ha poi dedicato nel 2003, voleva andare a scuola, era bravo a scuola. Quando Fabrizio Gatti riempì di questa vicenda pagine del Corriere della Sera scatenò una vera e propria gara di solidarietà nella grande metropoli, tanto che Viki e la sua famiglia hanno potuto riscattarsi: oggi hanno una vita normale, lui lavora, la sorella frequenta l’università…

Per saperne di più / Libri e documentari firmati Fabrizio Gatti: noto al grande pubblico per le sue inchieste condotte da infiltrato sulle rotte dell'immigrazione illegale dall'Africa all'Europa, sul caporalato nell'agricoltura e nell'edilizia e numerose altre, Fabrizio Gatti è anche autore di numerosi film-documentari –web video. Ha pubblicato diversi libri: “Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini” (Rizzoli, 2007 – premio Tiziano Terzani), diario di quattro anni vissuti sotto copertura tra il deserto del Sahara, l'isola di Lampedusa e le campagne dove, grazie allo sfruttamento della manodopera, l'industria alimentare compra prodotti a prezzi da fame; “Gli anni della peste” (Rizzoli, 2013), romanzo-verità sulla resa dell'Italia di fronte alla mafia; e i libri per ragazzi “Viki che voleva andare a scuola” (Rizzoli, 2003 – adottato come testo di lettura in numerose classi) e “L'Eco della frottola” (Rizzoli, 2010 – premio letteratura per ragazzi Elsa Morante). Il suo lavoro di giornalista, scrittore e regista ha ottenuto numerosissimi e prestigiosi riconoscimenti, dall’importante Premiolino nel 1991 ai più recenti Premio Baffo Rosso Roberto Morrione (2016), Premio Guidarello per il giornalismo d'autore (2015); The University of Oslo's Human Rights Award - The Lisl & Leo Eitinger Prize (2014), Menschenrechtspreis der Stiftung PRO ASYL (2014).

Le emozionanti sonate al violino di Kaori Ogasawara hanno aperto e chiuso la serata all’Alberoni: Kaori, primo violino del Teatro alla Scala di Milano, con il suo strumento (un Carlo Antonio Testore del 1751) ha eseguito magnificamente, di Eugène Ysaÿe, la Sonata n 3 “Ballade” in re minore, op. 27 e, in chiusura, note della Sonata per Violino Solo n. 3 - BWV 1005 - terzo movimento in fa maggiore (largo), di Johann Sebastian Bach.

 Fabrizio Gatti e la violinista Kaori Ogasawara

 

 

UNA MOSTRA -EVENTO ATTORNO AL CAPOLAVORO DI KOUNELLIS / Il violino continua a restare al centro della scena, perché simbolo della rassegna evento grazie al capolavoro “Violino con filo spinato” di   Kounellis, metafora all’anima dell’uomo repressa (ma mai spenta) da ogni forma di oppressione, rievoca e ispira continue riflessioni sul bisogno che ha l’umanità, per sopravvivere, di contrastare ogni forma di chiusura, afflizione, sopraffazione.

Percorso espositivo con filmati e strumenti musicali - La mostra-evento “Dis-chiusure”, ricordiamo, rimarrà allestita all’Alberoni attorno al capolavoro del Kounellis, sino al 9 maggio. Nel percorso espositivo sono inclusi due filmati: “Il rumore della memoria” di Marco Bechis, prodotto dal “Corriere della Sera” (narra il viaggio di Vera Vigevani, tra Auschwitz e l’Argentina, attraverso la sua biografia familiare segnata dal filo spinato) e “Atto unico di Jannis Kounellis” di Ermanno Olmi (Courtesy Fondazione Arnaldo Pomodoro) che svela il nascere e il prendere forma dell’espressione artistica di Kounellis. In esposizione anche una selezione di suggestive fotografie di Carlo Orsi e alcuni strumenti musicali costruiti nel ghetto di Terezín, dove ebrei boemi, tedeschi e danesi vennero rinchiusi in un grande progetto di propaganda nazista e poi deportati nei lager di sterminio.

La mostra è visitabile venerdì, sabato, domenica dalle 15 alle 19.

Collaborano alla realizzazione del progetto “Dis-chiusure” – che ha il sostegno della Fondazione di Piacenza e Vigevano e di Sintic, e il patrocinio di Regione, Comune, Provincia e Diocesi di Piacenza, il Comune e la Provincia di Piacenza -, l’Università Cattolica, il Conservatorio G. Nicolini, la Caritas diocesana, la Biblioteca comunale Passerini Landi, l’associazione velolento e Tep Arti Grafiche.

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