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"Venite a conoscerci, sconfiggete le paure". Vent'anni di "Emmaus", ascolto e accoglienza

Trovare qualcuno disposto ad ascoltarti: è un cardine della cura della sofferenza nella malattia mentale. Lo ha rimarcato lo psichiatra Flavio Bonfà raccontando la ventennale esperienza della comunità di doppia diagnosi “Emmaus” che accoglie persone con problemi di comorbilità psichiatrica. Nel ripercorrere la storia di questa struttura voluta e fondata alla fine degli Anni 90 come esperienza-pilota dall’associazione “La Ricerca” grazie ad un felice incontro di intenti e collaborazione con i Servizi Territoriali, “quando non esistevano risposte, tantomeno strutturate, a questo tipo di disturbi mentali correlati all’abuso di stupefacenti”, il medico piacentino, per una vita ai vertici del Sert di Piacenza, e ora consulente a tempo pieno nella struttura che ha sede alla Pellegrina, ha elencato i pregi di “Emmaus”: accoglienza, capacità di ascolto dei pensieri e delle emozioni, capacità di instaurare relazioni che non conoscono pregiudizi né giudizi, tutti elementi determinanti nella ricostruzione di un equilibrio psichico compromesso.

L’occasione per riflettere sulle potenzialità di una realtà di cura molto particolare come è “Emmaus” è stata una festa: quella che operatori, volontari e ospiti della comunità hanno organizzato per il pomeriggio di giovedì scorso in occasione, appunto, del ventennale di fondazione. Tra le esperienze riabilitative illustrate, in affiancamento al percorso terapeutico, un laboratorio “Tutti pazzi per la cultura” portato avanti in totale gratuità da un gruppo di insegnanti, un laboratorio fatto di letture, visite guidate ai musei, testimonianze raccolte in un giornalino fatto in casa dagli stessi utenti. “Abbiamo cercato di fare cultura e non didattica – spiega Gabriella Sesenna, volontaria fin dagli esordi – e cioè abbiamo cercato di aprire orizzonti che distogliessero queste persone dalle loro ansie, dai loro problemi, provando a dare stimoli su cui riflettere insieme ed esprimersi liberamente”. Al centro di tutto: la relazione, l’incontro. Così è stato in tutte le esperienze condivise con gli ospiti di “Emmaus”, da parte anche di gruppi scout che li hanno accompagnati in gite in montagna, e da poco anche di esperte del gioco del burraco: “Tutto questo ha fatto sì che oggi possiamo uscire in pubblico senza avere più paura del pregiudizio, delle paure che scaturiscono dallo stigma della malattia mentale”.

Un’altra attività importante nel percorso riabilitativo si sta rivelando l’esperienza di training teatrale che “Emmaus” offre ai suoi utenti in collaborazione con Sert e Manicomics: “Uno spazio in cui esprimersi esplorando modi di essere che non sono consentiti nel vissuto quotidiano. Attraverso specifici movimenti, esercizi che coinvolgono mente e fisico, chi ha subito un corto circuito viene aiutato a ricostruire quel dialogo interrotto tra i diversi piani del proprio essere, mente, cuore, corpo” ha spiegato la dott.ssa Elena Uber del Sert di Cortemaggiore (nella foto) tra le anime più convinte delle potenzialità di queste forme di teatro-terapia. Parole seguite ipso facto da qualche performance dimostrativa che hanno ricevuto gli applausi degli astanti.

Il festoso pomeriggio, che ha messo in bilancio anche parole di condivisione sul progetto-Emmaus da parte del vicesindaco di Piacenza, Elena Baio, che complimentandosi ha rimarcato la disponibilità del Comune a dare sostegno all’occorrenza, si è infine concluso con il presidente dell’associazione “La Ricerca”, dottor Gian Luigi Rubini, con un plauso a chi si avvicina a questa particolare realtà: persone capaci di una sensibilità maggiore e di una profonda empatia.

Circa 250 le persone che hanno avuto accesso in questi 20 anni alla comunità terapeutica “Emmaus”, ospitate e curate per complicanze psichiatriche prevalentemente legate al consumo di sostanze stupefacenti. “Complicanze che possono essere state le conseguenze o la concausa dell’abuso di droghe o alcol” chiarisce la responsabile della struttura, Anita Barbieri, che nella sintesi di storia di “Emmaus” accenna ai tanti successi – “Tanti nostri utenti ce l’hanno fatta a recuperare la normalità, e ora stanno benissimo, tornano a trovarci, ci raccontano della loro nuova vita, del lavoro che hanno ripreso a fare, dei rapporti ricuciti in famiglia, con gli amici…l’altro giorno è venuta anche una nostra vecchia ospite che da poco è diventata mamma” – ma non nasconde i dolori per i casi irrisolti: “Purtroppo non sono mancati anche funerali, persone che non hanno retto e che si sono suicidate o che sono tornate nella spirale della droga”.

Un rammarico e un appello: venite a conoscerci. “Fatichiamo, fatichiamo a coinvolgere più gente, c’è una sorta di paura atavica della malattia mentale che impedisce alle persone di varcare questa porta, paura che però viene prontamente superata quando si conoscono da vicino queste persone, che sono persone straordinarie. Lo possono testimoniare quei volontari, preziosissimi, che vengono in comunità a fare attività con i nostri ragazzi”.

Una decina i volontari che affiancano l’operosa équipe costituita da operatori affiancati da un infermiere, uno psicologo e uno psichiatra. “Magari potessimo contare sull’aiuto di ancor più persone che possono dedicare un po’ del loro tempo libero a questa comunità. Ci aiuterebbero ad arricchire ulteriormente le giornate dei nostri assistiti, giornate interminabili per loro, anche se comunque piene di cose, perché oltre ai momenti di animazione, tipo il laboratorio di teatro, partecipano alle terapie di gruppo, hanno colloqui con lo psichiatra, colloqui con l’educatore, chi vuole aiuta in cucina, tutti sono impegnati nei lavori quotidiani di riordino e pulizia ciascuno della propria camera: una delle parti essenziali del percorso riabilitativo sta proprio nello spingere l’utente a prendersi cura della casa, oltre che della propria persona. L’obiettivo, non dimentichiamocelo, è il raggiungimento dell’autonomia, un’autonomia che deve passare anche dalla ricostruzione di un equilibrio psicofisico difficilissimo da ricomporre. Vi è mai capitato di perdere la ragione per esservi arrabbiati in maniera esagerata? O di sentirvi talmente depressi da non riuscire nemmeno a parlare o a uscire di casa? Ecco queste persone vivono le loro emozioni sempre con quell’intensità lì, sempre, costantemente, metaforicamente parlando è come se a loro mancasse uno strato di pelle.. è quello che va ricostruito”.

 

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