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Dalla Pellegrina al canile di Montebolzone: volontari grazie a Whoopee, Willow e Pan

UNA GIORNATA TIPO DI VOLONTARI, EDUCATORI, OPERATORI E OSPITI DI CASA DON VENTURINI AL CANILE DI MONTEBOLZONE

“Questi cani hanno la felicità negli occhi”. Uomini e donne che stanno lottando per sopravvivere all’emarginazione e all’aids, sorridono entusiasti e inteneriti quando parlano di Jack, Eliot, Eolo, Cindy, e di quegli altri quadrupedi incontrati al canile di Montebolzone. Galeotti furono quegli sguardi che hanno spinto questi ammalati a voler prestare opera di volontariato nel rifugio comunale di Agazzano sulle colline della Valtidone e Valluretta, dove dieci amici scodinzolanti li attendono per l’ora della passeggiata e della socializzazione. Non c’è stanchezza, né il gran caldo di una torrida estate padana che possa trattenerli, né tutti i limiti e i mali fisici (due di loro sono costretti su una sedia a rotelle), perché è molto più forte il desiderio di fare qualcosa di buono per altri esseri viventi: “Noi riceviamo tanto aiuto e solidarietà dai volontari che frequentano la nostra casa, ma sentiamo anche il bisogno di donare a nostra volta, perché sentirsi utili è la cosa più bella che ci possa capitare”.

Monica, Maria, Luciano, Stefano, Paola, Ettore, Rino, Stefania, Lucia. Chiamiamo con nomi di fantasia i nove protagonisti di questa storia vera nata da una scintilla d’intesa uomo-animale in un pomeriggio d’inizio estate nella casa accoglienza per malati di aids “Don Venturini”, che “La Ricerca” (più di trentacinque anni sul fronte del sostegno ai più emarginati fra gli ultimi) gestisce dal ‘93 alla Pellegrina, in collaborazione con la Caritas diocesana. Un’équipe costituita da un educatore cinofilo (Giorgia Pera), una pedagogista (Elena Gatti) e una psicologa (Elisa Bisagni), ha accettato l’invito dei responsabili della casa a presentarsi con Whoopee e Willow (splendide femmine flat coates retriever) e Pan, sveglio e simpatico jack russel parson. Si trattava di dire di sì (e loro lo hanno fatto con spirito di totale gratuità) a una difficilissima quanto accattivante scommessa: riuscire a risvegliare emozioni gratificanti e voglia di fare in persone deluse dalla vita, ferite da una malattia così altamente emarginante e invalidante come l’aids. “Ciascuno dei nostri ospiti – spiegano nella casa accoglienza - ha avuto almeno un cane nella vita. Siamo partiti da lì, aiutandoli a ricordare i loro amici quattrozampe, quello che hanno ricevuto da loro. Tutti avevano ricordi molto positivi”. Il passo successivo è stata una lezione di propedeutica all’approccio e conduzione dei cani. Quindi la tanto attesa spedizione ha avuto luogo: “Un successo”.

I cani del canile non sono cani inutili. Fra i più innovativi piani di azione per riportare all’autonomia i malati, la casa accoglienza predispone laboratori di reinserimento lavorativo, perché l’obiettivo è aiutarli a riprendersi in mano la loro vita, ora che con le nuove terapie antiretrovirali le speranze di sopravvivenza si sono decisamente allungate fino a sfiorare la normalità. “Le terapie non tolgono depressione, crisi, degenerazioni a livello umorale e cognitivo, specie nella fase avanzata dell’aids, per questo – sottolinea Donatella Peroni (nela foto con la responsabile di casa "Don Venturini", Francesca Sali) che segue il progetto pet per l’associazione “La Ricerca” affiancata da Antonella Ramponi, volontaria della casa e anima di questa sperimentazione - è importante avere stimoli, coltivare interessi, soprattutto relazioni: per non morire dentro”. Ecco perché il percorso con i pet si è rivelato promettente: aiuta a recuperare le emozioni positive che danno le relazioni, induce queste persone a responsabilizzarsi, a non lasciarsi andare: “Prendersi cura di un altro essere vivente porta di rimando a re-imparare a prendersi cura di se stessi, cosa di cui queste persone con (il più delle volte) vissuti drammatici e talvolta sfociati in devianza, hanno assolutamente bisogno di ritrovare in se stesse. I cani sanno catturare la loro attenzione, danno attenzione, coinvolgono. Aprono momenti di luce”.

Dall’altra parte del guinzaglio tanto di guadagnato. “Da parte nostra, al canile – puntualizza il responsabile, Giovanni Peroni, nonché fratello di Donatella (se le cose nascono in famiglia che c’è di male, qui tutto gratis, non c’è niente da guadagnare, tranne chi ha bisogno di riscoprire il bello della vita) - abbiamo bisogno di volontari che ci aiutino a favorire una socializzazione continua dei nostri animali che il più delle volte arrivano in condizioni di sofferenza, cani abbandonati, o ancor peggio anche maltrattati”. La struttura ne ospita circa 230. “Hanno bisogno di relazionarsi con continuità. Uscendo in passeggiata con volontari diversi il cane si abitua a relazionarsi con persone diverse e questo è un bene perché in un eventuale affidamento è più facile che si adegui a situazioni nuove. Questo aiuta a ricollocarli”. Il canile di Montebolzone, grazie ad iniziative insolite come questa sta diventando sempre di più anche un luogo di aggregazione. “Il cane fa bene alla salute, lo vediamo anche con gli anziani e con i malati di cuore, ma anche alla socialità delle persone. Lo verifichiamo in un crescendo di incontri”.

Si fa (troppo) presto a dire pet-therapy. Sulla pagina Facebook, il fotoreportage di una di queste giornate di volontariato al canile è stato  postato così: “Un caldo giorno di luglio nel quale visi e musi, incontrandosi, si donano attimi di gioia”. C’è tutto. Dietro un percorso lungo compiuto grazie alla buona volontà e partecipazione di quell’équipe tutta al femminile (Giorgia, Elena ed Elisa) che insieme al responsabile del canile di Montebolzone, Giovanni Peroni, rieducatore cinofilo e guardia zoofila, sta portando avanti progetti di Iaa (Interventi assistiti con animali) battezzati “Coda bianca e code nere”, e già sperimentati con successo in percorsi con bambini con disturbi bes e con problemi di disabilità fisica. “Sono percorsi studiati con obiettivi precisi, dove è necessaria una squadra di lavoro fatta di figure professionali attente a favorire una giusta interazione fra persone e animali. Per fare pet therapy non basta portare i cani a sfilare in un reparto di ospedale e lasciare che li accarezzino, bisogna aver ben chiaro un obiettivo da raggiungere, un percorso di crescita”. Al loro fianco anche la sezione locale della Lega per la difesa del cane.

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